Venezia e i soliti qualunquisti

16.11.2019

di Lorenzo Gioli

Venezia è in preda al caos. L'acqua sale, seminando scompiglio per le strade e allagando alcune delle più importanti chiese della città: la cripta della Basilica di San Marco è stata interamente sommersa. La gente è costretta a procurarsi stivali con cui potersi muovere: 70 euro al paio.

Dichiarata insieme alla sua laguna patrimonio dell'Unesco, Venezia rappresenta senza dubbio una delle mete storico-culturali più importanti d'Italia, forse al pari di Roma, la Capitale. Proprio per questo, nel valutare le dimensioni del disastro non bisogna sottovalutare l'aspetto turistico. Coloro che, provenienti da ogni angolo del mondo, visitano il nostro Paese seguono una tabella di marcia abbastanza precisa, incardinata su quattro mete fisse: Roma, Milano, Firenze e Venezia. Certo, anche il più sperduto dei borghi medievali presenta caratteristiche che lo rendono unico nel suo genere, ma il grande turismo si addensa lì, in quelle quattro città. L'inondazione di Venezia, la Serenissima, offre perciò molti spunti su cui la nostra classe politica dovrebbe riflettere.

Chi addita il riscaldamento climatico come diretto responsabile dell'alluvione di questi giorni e della morte di due persone non stia qui a raccontarcela. La più grande inondazione che abbia mai colpito la Serenissima avvenne nel novembre del '66, quando né Greta né il sottoscritto erano ancora nati. Un evento metereologico senza precedenti che raggiunse un'altezza record di 194 centimetri. Allora i media parlavano di raffreddamento globale, allo stesso modo in cui ora parlano allarmisticamente di riscaldamento globale.

A tal proposito, occorre ricordare un articolo del Newsweek Magazine del 28 aprile 1975 (appena 11 anni dopo la catastrofe di Venezia) in cui si paventava l'ipotesi di una terribile era glaciale che avrebbe comportato un drastico crollo di produzione di cibo. Intendiamoci: il riscaldamento globale esiste. Ma si tratta di un problema che dovrebbe essere affrontato con intelligenza, proponendo soluzioni concrete, senza ricorrere al continuo uso di frasi ad effetto come "Ci avete rubato il futuro". Locuzioni demagogiche che non mi aggradano.

Dal mio punto di vista, se proprio dobbiamo ricercare un colpevole del disastro di questi giorni, occorre spostare la lente d'ingrandimento su coloro che per motivi ideologici si sono sempre dichiarati contrari alle grandi opere, ben prima che Beppe Grillo e Casaleggio Senior annunciassero la nascita del loro Movimento antimodernista, ora al governo insieme alla massima espressione dell'establishment: Pd, Leu e Italia Viva.

Il lettore avrà senz'altro sentito parlare in queste ore del Mose (Modulo Sperimentale Elettromeccanico), una barriera artificiale finalizzata alla protezione di Venezia da possibili inondazioni. Venne ipotizzato per la prima volta nel 1966, proprio per scongiurare una catastrofe analoga a quella che sconvolse la Serenissima in quello stesso anno. La fase attuativa del progetto risale agli anni '90.

Al di là dei numerosi episodi di corruzione che ne hanno indubbiamente rallentato lo sviluppo, la principale causa della paralisi in cui il Mose versa da trent'anni a questa parte va ricercata, come ha giustamente scritto Carlo Nordio su il Messaggero (15.11.2019), nella "proliferazione legislativa con l'annessa elefantiasi burocratica, che ha moltiplicato gli ostacoli, già di per sé numerosi, nell'esecuzione di un'impresa così complessa".

Infatti, la burocrazia non è solo una delle cause principali della piccola evasione fiscale - come ho già cercato di spiegare nel mio piccolo su queste colonne - ma lo è anche e soprattutto dell'estenuante lentezza con cui vengono inaugurate le infrastrutture nel nostro Paese. È mai possibile che in trent'anni non siamo riusciti ad ultimare un'opera come il Mose, quando in altre nazioni civili, come gli Stati Uniti, ponti e strade vengono realizzati in pochi mesi?

Il 28 giugno 1983, il giorno dopo le elezioni politiche in cui il Pentapartito primeggiò ancora una volta sul Pci mantenendo la maggioranza assoluta, il Manifesto titolò a caratteri cubitali: "Non moriremo democristiani". Oggi mi sento di dire: non moriremo gretini e giustizialisti. Né tantomeno giallo-rossi.