Un ufficiale e una spia?

14.12.2019

di Pietro Saccomani

5 gennaio 1895.

Sotto un cielo plumbeo e carico di pioggia che non fa trasparire nemmeno uno squarcio di luce, l'intera guarnigione di Parigi è disposta lungo il perimetro del cortile della Scuola Militare.

I soldati sono immobili, divisi ordinatamente in plotoni perfettamente simmetrici, nel silenzio più totale. Dallo schieramento emerge un gruppo di ufficiali in alta uniforme, le sciabole tintinnanti appese alla cintura, che, con passo marziale, si dirige verso il centro della piazza, dove un altro uomo li attende, impettito. E' un capitano, anch'egli in alta uniforme. Qualcosa ci dice che sia proprio lui il protagonista della scena.

Gli ufficiali si fermano a pochi passi da lui. Uno di loro srotola un pezzo di carta e, con voce tonante, enuncia dinnanzi all'immenso e silenzioso pubblico quella che ha tutta l'aria di essere una sentenza: "In nome del popolo francese il tribunale militare ha dichiarato il capitano Alfred Dreyfus colpevole del reato di alto tradimento".

Un primo piano sull'imputato ci trasmette il suo stato d'animo. Tenta di restare impassibile, ma il suo viso è scosso da tremiti incontrollabili. Sa bene che lo aspetta la peggiore delle umiliazioni per un soldato di mestiere: la degradazione pubblica.

Dopo la lettura della sentenza, un ufficiale di cavalleria, con l'elmo piumato ben calcato sulla testa, si avvicina a Dreyfus e strappa dalla sua uniforme le insegne del grado. Spalline, losanghe e fili d'oro vengono lasciati cadere sul selciato. Infine, l'ufficiale di cavalleria sguaina la sciabola di Dreyfus e la spezza.

Umiliato e disonorato, Dreyfus grida la sua innocenza, ma riceve in risposta solo gli insulti della folla al di là del cancello del cortile, che lo additano come traditore.

Tra i soldati allineati c'é un ufficiale che osserva la scena con un binocolo, discretamente compiaciuto. Si tratta del maggiore Georges Picquart, un moderato antisemita che in passato è stato insegnante dell'ebreo Dreyfus all'accademia militare e che ha ricoperto un ruolo di secondo piano nella sua messa in stato d'accusa per alto tradimento. Picquart assiste alla scena come se non lo riguardasse, scambiando battute con i suoi commilitoni, sicuro della colpevolezza dell'imputato che viene trascinato via tra insulti e oltraggi, condannato all'ergastolo all'Isola del Diavolo, temuta colonia penale della Guyana francese.

Poco dopo la cerimonia di degradazione, Picquart viene promosso e messo a capo della sezione di spionaggio militare dell'esercito, lo stesso dipartimento che ha proceduto all'incriminazione di Dreyfus a seguito del ritrovamento di una lettera anonima, la cui grafia pare quella dell'accusato, indirizzata al funzionario militare dell'ambasciata dell'Impero Tedesco, apparentemente intenzionato ad entrare in guerra contro la Francia.

Picquart, quasi per curiosità, comincia a curiosare tra la documentazione del caso e, osservando la debolezza delle prove contro Dreyfus, una domanda su tutte si fa strada nella sua mente: e se Dreyfus fosse innocente, vittima di un clamoroso caso di antisemitismo o errore giudiziario? Se la spia fosse un'altra, ancora a piede libero?

Picquart, fiducioso nella giustizia e nelle gerarchie, porta tutte le prove che ha raccolto ai suoi superiori ma si trova davanti un muro di scetticismo, omertà e odio razziale.

Inizia così un'indagine che durerà molti anni e che porterà un soldato di mestiere a veder crollare tutte le certezze, su cui ha basato la sua carriera e la sua vita, e a lottare con ogni mezzo contro un'atroce ingiustizia, rischiando tutto ciò che ha e che potrà mai avere.

Roman Polanski, ormai ottantaseienne, ci dimostra di avere ancora molto da insegnare portando nei cinema L'Ufficiale e la Spia, un dramma storico che si misura con uno degli episodi più vergognosi della Storia, l'Affaire Dreyfus, sicuramente il caso mediatico più discusso di tutto il Novecento.

Una storia di antisemitismo e odio razziale che portarono l'innocente Alfred Dreyfus, padre di famiglia e ufficiale fedele al suo Paese, a scontare quasi cinque anni in totale isolamento in una delle prigioni più temute al mondo, ad essere additato come un traditore della Patria e a vivere nella vergogna per tutta la sua vita.

Polanski, a mio dire uno dei migliori registi di sempre, ci presenta un film storico che si distingue per la sua lucidità e attenzione ai dettagli. Un'opera che, raccontando questo episodio di crudele ingiustizia di cui sappiamo già più o meno tutti il finale, non può fare a meno che avvincere lo spettatore, che sarà proiettato in una Francia di fine Ottocento ricostruita minuziosamente, in un clima di tensione razziale e sospetto che non può fare a meno di ricordare il periodo storico che stiamo vivendo.

Tratto dall'omonimo romanzo di Robert Harris, alla seconda collaborazione cinematografica con il regista di origine polacca, questa pellicola si distingue per una sceneggiatura implacabile e incalzante che non permette allo spettatore di annoiarsi o confondersi nemmeno per un secondo, sostenuta dalle ottime performance di un cast straordinariamente in parte.

Ma il vero plauso, il vero merito per la riuscita di un film così formidabile, va senz'ombra di dubbio a Pawel Edelman, Jean Rabasse e Pascaline Chavanne, responsabili rispettivamente di fotografia, scenografia e costumi.

Questi tre formidabili artisti hanno reso L'Ufficiale e la Spia un capolavoro in cui ogni singola inquadratura somiglia terribilmente ad una maestosa opera d'arte (con una particolare citazione alla prima sequenza) e la cui ricostruzione non ha nulla da invidiare ai film di Bertolucci e Visconti.

L'Ufficiale e la Spia è un film duro, realistico, sontuoso, capace di far ribollire il sangue e tremendamente attuale con cui Polanski si conferma un maestro indiscusso. Un film che spero abbia più voce delle dilaganti proteste contro il suo regista affinché gli venga riconosciuta la sua straordinaria bellezza.

Un trionfo artistico che entra immediatamente nella lista dei migliori cinque film dell'anno.