Perché i DPCM andavano evitati

di Vittorio, redattore del Moschettiere

Ora che siamo ufficialmente nella fase 3 e la situazione pare essersi calmata è giunto il momento di guardarsi indietro e riflettere su come abbiamo gestito questa crisi sanitaria a livello nazionale.

Torniamo al 30 gennaio 2020: è il giorno in cui arriva la conferma dall'Ospedale Spallanzani di Roma che la coppia di turisti cinesi ricoverata e direttamente isolata il giorno prima è il primo caso di Coronavirus in Italia.

Il primo riflesso del governo è quello di bloccare i voli da e per la Cina per i successivi 90 giorni ― misura che però non ha avuto i risultati sperati visto l'ampiezza che il contagio ha preso in seguito nel nostro Paese ―, il secondo quello di proclamare lo stato di emergenza il 31 gennaio 2020.

Ed è qui che viene il bello.

Il fatto è che lo stato di emergenza non è previsto dalla nostra Costituzione, bensì è presentato in una legge ordinaria del 1992 relativa all'istituzione del Servizio Nazionale della Protezione Civile.

In breve, dopo la proclamazione di questo stato si conferiscono al capo del Dipartimento della Protezione Civile i poteri necessari per intervenire nelle zone a rischio. Ciò accade spesso nelle regioni colpite dai terremoti ad esempio.

Ma l'assenza di questo statuto nella Costituzione implica che non ci sono vere e proprie indicazioni per la gestione di crisi economiche, sanitarie o ambientali e soprattutto che non ci sono indicazioni a livello nazionale. Di fatto, l'unico statuto preso in considerazione nell'articolo 78 della Costituzione è lo stato di guerra.

Per subentrare a questa mancanza, il Premier Conte ha deciso di usare i DPCM (Decreti del Presidente del Consiglio dei Ministri). Dalla proclamazione dello stato di emergenza ne sono stati emanati dodici.

Il problema dei DPCM qual è? Che sono degli atti amministrativi, di rango inferiore rispetto alle leggi, e che soprattutto non coinvolgono il Parlamento. Ciò significa che sono espressione solo ed esclusivamente della volontà della maggioranza, il che costituisce una vera e propria violazione costituzionale. Difatti i DPCM sono raramenti utilizzati in periodi normali e in generale solo per questioni tecniche come per esempio quelle di organizzazione interna.

Tuttavia, i nostri padri e madri costituenti hanno previsto nell'articolo 77 un'ancora di salvataggio e cioè la possibilità di adottare provvedimenti provvisori con forza di legge in casi di necessità e di urgenza come questa crisi chiamati decreti-legge. Sono provvedimenti che diventano efficaci subito dopo essere stati pubblicati nella Gazzetta Ufficiale ma che devono essere convertiti dalle Camere, altrimenti decadono. Ciò rende necessario il dialogo democratico, alla base del nostro sistema politico.

A partire dal fatto che la democrazia è retta dall'equilibrio tra maggioranza e opposizione, se uno degli elementi della bilancia viene a mancare tutto il sistema crolla. Fortunatamente i partiti d'opposizione hanno protestato e lo stato di emergenza che legittimava questo utilizzo dei DPCM è stato ritirato a partire dal 18 maggio.

Tutta questa vicenda però ci deve far riflettere: com'è possibile che una crisi, di qualunque natura essa sia, possa mettere a repentaglio le fondamenta del sistema politico che regge la nostra società? Ma soprattutto, come faremo ad affrontare le prossime ― molto probabilmente economiche e ambientali ― senza perdere la nostra libertà?