Troppo allarmismo sui Dati Scolastici

di Lorenzo Gioli, direttore del Moschettiere

In occasione della nascita della pagina pubblichiamo un articolo molto interessante relativo alla scuola, in particolar modo ai test Invalsi, scritto da Lorenzo Gioli in data 12 luglio. 

I dati, fornitici su scala nazionale da tutti i giornali riguardo l'educazione degli studenti, sono precisi: a quanto si evince dal risultato del Test Invalsi - che molti di voi lettori, come il sottoscritto, avranno senz'altro affrontato - il 35% degli alunni di terza media è affetto da quello che gli esperti definiscono "analfabetismo funzionale" (sai leggere ma, allo stesso tempo, non sei in grado di comprendere ciò che leggi); inoltre, dato ben più preoccupante del primo, si constata che uno scolaro su cinque, in quinta elementare, non raggiunge livelli sufficienti in Italiano e che - a livello generale e in tutte le fasce d'età - gli studenti meridionali hanno maggiore difficoltà rispetto ai settentrionali. Il livello d'istruzione al Sud è molto più basso rispetto al Nord non certo perché chi vi abita sia meno intelligente, ma per tutt'altro motivo: l'apparato scolastico del Mezzogiorno ha molti problemi, che nessuno (nemmeno il cosiddetto "governo del cambiamento") ha ancora provato a risolvere.

I dati Invalsi hanno quindi suscitato molto scalpore presso i grandi organi di stampa - penso al pezzo di Daniele Manca sul Corriere o a quello di Luigi Mascheroni su il Giornale, entrambi dell'11 luglio - ma mi pare che a nessuno di essi sia sorta una domanda a mio avviso fondamentale, che forse dovrebbe far riflettere anche le alte sfere del Ministero dell'Istruzione, presieduto dal leghista Bussetti: qualcuno ha mai realmente provato a dare un'occhiata ai test Invalsi? Io sì. E dopo averne compilato alcune pagine sono giunto a una conclusione: si tratta di un esercizio sterile, privo di rilevanza sul piano didattico ed educativo, destinato a finire nel dimenticatoio. Per chi non ne fosse al corrente, si tratta - sul modello anglosassone - di un lungo catalogo di domande, perlopiù a crocette, alle quali bisogna rispondere in un lasso di tempo limitato. Se non erro, circa in un'ora e mezza. Ma attenzione, e qui c'è la fregatura: sono domande a risposta multipla, formulate appositamente per mettere in difficoltà lo studente. Il che è assolutamente legittimo. Basta dirlo. Ho in mente la scena (tragicomica) di me alle verifiche che tento - talvolta inutilmente - di raccapezzarmi nel tentativo di prendere la sufficienza. Ma agl'Invalsi è ancora peggio: qui devo rispondere a una serie di quesiti a risposta multipla, trovandomi a scegliere - spesso tirando a sorte - fra a), b) e c). Il problema di fondo è che la differenza è minima. Lucia ha portato a casa la spesa in un sacchetto di plastica biodegradabile, di plastica normale, di cartone o di una fibra sintetica appena creata? Vattelappesca, come si dice a Livorno. Il mio ovviamente è un paradosso, ma talvolta le domande rasentano davvero il ridicolo.

Ci sono studenti che non riscontrano alcuna difficoltà e per loro tutto fila liscio come l'olio. Ma scommetto che molti dei ragazzi, etichettati come semi-analfabeti che non sanno distinguere una "o" da uno zero, senza dubbio non siano del tutto privi di quella materia grigia che distingue noi uomini dalle scimmie. La nostra - lo dico a malincuore - è una società in cui, almeno a livello scolastico, si erge a modello da imitare il primo della classe. Senza considerare un fatto: egli è un'eccezione rispetto a una maggioranza che non è analfabeta ma nemmeno trasuda conoscenza da tutti pori. Un'eccezione da imitare? Nì. Io sono da sempre per le vie di mezzo. Ma forse ho un'altra concezione della scuola. La mia speranza è che nel nostro Paese ci sia un apparato scolastico che non guardi solo ai voti (chi scrive, ad esempio, abolirebbe i più e i meno) e che tenga non solo ma anche conto della formazione intellettuale dell'individuo. L'educazione, infatti, non si esprime esclusivamente nell'apprendimento di una carrettata di nozioni che a stento farai fatica a ricordare dopo pochi mesi - figuriamoci a distanza di anni - ma essa rappresenta, o dovrebbe rappresentare, uno strumento necessario per perseguire i propri obiettivi, per coltivare le proprie passioni, per riflettere di testa propria sulla natura delle cose.

Già, di testa propria. Infatti, gli insegnanti non dovrebbero inculcare le proprie idee nelle menti ancora acerbe degli studenti, ma fare esattamente il contrario: educare al ragionamento e alla riflessione. Io da liberale ho rispetto delle leggi e credo nelle istituzioni ma, al contempo, confido nel principio secondo cui ogni individuo debba avere la possibilità di forgiare il proprio destino tanto a a livello personale quanto a livello politico, anche a costo di sbagliare. Ed è proprio in virtù di questo principio che prima di decidere se votare Lega, Pd, Forza Italia, o Potere al Popolo si deve saper distinguere i fatti dalle opinioni e le balle dalle realtà oggettive. Come disse una volta Piero Calamandrei, "trasformare i sudditi in cittadini è un miracolo che solo la scuola può compiere". E non credo che le crocette e i trabocchetti meditati a tavolino giovino a questo scopo. La scuola sì, quella vera però. Fra i Test Invalsi e il cruciverba, rimanendo sempre in tema di caselle e di crocette, preferiremmo il secondo. Almeno le informazioni richieste dal cruciverba risultano un po' più utili e stimolanti delle molte mediocrità che noi studenti siamo costretti ad apprendere.