La riconversione di Santa Sofia, tra fede e politica

di Donatello D'Andrea

In occasione del 567esimo anniversario della conquista ottomana di Istanbul, il ventinove maggio scorso, il presidente turco Erdogan era ritornato, dopo diverso tempo, sulla possibilità di riconvertire la basilica di Santa Sofia, patrimonio dell'UNESCO, in una moschea, dopo che la decisione di Mustafa Kemal Ataturk, nel 1934, aveva optato per trasformarla in un museo, dato l'elevato significato culturale, non attribuibile a nessuna religione.

Dalle parole ai fatti

Venerdì, il presidente ha firmato un decreto che ordina la riconversione della basilica in una moschea. Con questa mossa, Erdogan ha trasferito il controllo di Santa Sofia al Direttorato degli Affari religiosi turchi. La firma del decreto è arrivata dopo che il Consiglio di Stato, il massimo organo amministrativo della Turchia, aveva stabilito l'illegittimità della decisione con cui il primo presidente turco, aveva trasformato la basilica, all'epoca moschea, in museo.

Si tratta di una questione davvero importante e sicuramente dall'alto valore simbolico. La questione di Santa Sofia è solamente la punta dell'iceberg di un lungo e significativo processo di trasformazione di una democrazia in un sultanato, in uno stato profondamente religioso. Una sorta di "neo ottomanesimo". Il presidente ha rimesso progressivamente la religione al centro della vita pubblica della Turchia, un Paese a maggioranza islamica che per quasi un secolo ha potuto vantare una certa laicità.

Una riconversione anacronistica

Da tempo il presidente si dice favorevole ad un'azione di questo tipo. Secondo i suoi principali detrattori, il tema viene fuori ogniqualvolta si sente politicamente in difficoltà e, ultimamente, Erdogan aveva orientato il dibattito nazionale, e culturale, sulla riconversione per distogliere l'attenzione dal calo di consensi del suo partito e dalla crisi economica. La discussione fa gola alla parte più fanatica dell'opinione pubblica turca e, ovviamente, quella più nazionalista, la quale agisce in funzione antagonista dei valori occidentali.

Inoltre, per sottolineare il peso internazionale che la basilica riveste, è importante citare anche un episodio collegato con l'anniversario della conquista di Costantinopoli. Il presidente ha partecipato ad una cerimonia in diretta streaming per commemorare l'evento e, per la prima volta dopo ottant'anni, un Imam ha recitato dei versi del Corano all'interno della basilica. Un gesto di questo tipo ha provocato una reazione stizzita da parte della Grecia, la quale lega la sua storia a quello dell'Impero bizantino. Il ministro greco Nikos Dendias ha definito la lettura del Corano dentro Santa Sofia come "inaccettabile violazione dello status di patrimonio dell'umanità della basilica". Una reazione molto forte.

La risposta di Erdogan, ovviamente, ha ricalcato lo spirito nazionalista della sua scelta. Il presidente ha accusato la Grecia di voler interferire con gli affari interni della Turchia.

Gli esperti hanno definito "neo-ottomanesimo" la tendenza di Erdogan di recuperare la tradizione e la cultura dell'Impero Ottomano, durato dal Trecento all'inizio del Novecento, e il cui culmine fu proprio la conquista di Costantinopoli nel 1453. Con la sconfitta nella Grande Guerra, l'Impero si sfaldò e i successivi presidenti hanno cominciato una lunga ed estenuante opera di laicizzazione del Paese e delle istituzioni. Ataturk fu il presidente che si assunse quest'onere. Considerato il padre fondatore della Turchia, la sua opera è stata messa in forte discussione dalla classe dirigente di stampo nazionalista, Erdogan compreso. Molte azioni dell'attuale capo dello stato, dal divieto di vendita degli alcolici vicino alle moschee alla cancellazione del divieto di velo nelle università, sono servite a rendere il paese meno laico un pezzo alla volta.

La riconversione di Santa Sofia è considerata dagli oppositori di Erdogan come il culmine della trasformazione dello stato operata dal suo governo. Secondo questa visione, il periodo storico che è intercorso negli anni Venti e che ha laicizzato la Turchia è stata solo una "parentesi di scarso valore". L'obiettivo di portare la religione all'infuori dello spazio pubblico è ampiamente fallito: "Ataturk è stato definitivamente cancellato".

L'episodio di Santa Sofia rappresenta soltanto il culmine di un processo iniziato diversi anni fa. In Turchia ci sono già altre quattro basiliche di Santa Sofia, che un tempo erano chiese e che erano state trasformate in musei. Ora sono tutte moschee.

Il neo-ottomanesimo

Erdogan è alla guida della Turchia da almeno 18 anni e, nonostante alle ultime elezioni abbia ottenuto un mandato fino al 2023, le cose non gli stanno andando proprio bene. L'anno scorso il suo partito ha perso le amministrative di Istanbul, suo luogo natio e dove è stato sindaco negli anni Novanta.

Riconvertire la basilica è considerato dagli oppositori una mossa per riprendere simbolicamente il controllo di una città importantissima dal punto di vista politico e mediatico. L'ex ministro della Cultura, Gunay, ha detto in un'intervista che il presidente fa sì che si parli di Santa Sofia per mostrare di essere ancora il padrone di Istanbul, nonostante la sconfitta.

Inoltre, la riconversione si inserisce in un processo di rinascita del sentimento ottomano sotto l'egida di una nuova guida. Pian piano, tutti i pilastri della laicità sono stati abbattuti e sostituiti da una sradicata radice islamica. Di quella Turchia, come sottolineato, non resta più nulla se non il nome. Una radicalizzazione che mette soggezione ad un'Europa che, come dice la storia, incrocia il suo destino con quello del Medio Oriente.

Se il confronto di questi anni si è svolto su rapporti di cordiale "occidentalizzazione", con l'avvento di Erdogan questo non è stato più possibile. La radicalizzazione della politica interna e lo sfacciato imperialismo di quella estera ha portato il presidente ad incrociare le sue strade con i vecchi domini dell'Impero, in Medio Oriente e in Nord Africa, arrivando addirittura a minacciare gli europei, come fu con Vienna, nelle relative zone d'influenza.

Si tratta di un guanto di sfida lanciato dai turchi ottomani agli europei cristiani. Un guanto che l'Occidente non è ancora pronto a raccogliere. La trasformazione del Paese di Ataturk in una potenza imperialista di stampo teocratico spaventa un continente che non è più quello di Lepanto, né tantomeno quello di Vienna, e che si limita a considerare il mandato autoritario di Erdogan alla stregua di quello di Putin, ignorando il fanatismo religioso intrinseco nel messaggio del presidente.

In Libia, ad esempio, dove l'Italia ha lasciato ad Erdogan l'iniziativa di prendere le redini dell'operazione contro le milizie di Haftar, il presidente continua a far leva sul dato religioso, cioè quello della Fratellanza musulmana ivi presente.

Qualcuno bramava ingenuamente l'ingresso della Turchia nell'Unione Europea ma l'avvento di Erdogan ha costretto gli innocenti a fare i conti con delle sovrastrutture religiose quasi insuperabili e comunemente accettate da buona parte dell'opinione pubblica. Delle sovrastrutture che, unite ad elementi prettamente autoritari, stanno cancellando quel duro lavoro compiuto da Ataturk nel corso degli anni Venti del Novecento.

Il neo-ottomanesimo di Erdogan è una tendenza autoritaria-religiosa molto forte e che mette in serio pericolo la pace dell'Occidente. Le azioni a Cipro, in Siria, al confine greco, in Libia e nel Mediterraneo hanno messo in dubbio la capacità europea di rispondere compatta alla minaccia di un imperialismo aggressivo. Inoltre, la posizione geografica e sullo scacchiere geopolitico globale, favorisce i rapporti internazionali e la strategia del presidente. Con un piede negli Stati Uniti e un altro nella Russia, il dittatore sfrutta la geografia per riuscire a perseguire i suoi obiettivi senza che nessuno possa intervenire. Inoltre, con la minaccia di aprire la rotta balcanica ai migranti, Erdogan continua ad esercitare la sua pressione anche sull'Europa.

Sicuramente l'UE ha sicuramente al suo interno tutti gli elementi per rispondere culturalmente e diplomaticamente (e anche militarmente se necessario) ad una politica aggressiva condotta da un personaggio senza scrupoli e che mira a spodestare gli europei dalle rispettive zone di influenza. Forse è arrivato il momento di iniziare a lanciare qualche segnale, almeno solo per ricordare al mondo che l'Occidente è vivo.