Nostalgia, nostalgia canaglia

di Donatello D'Andrea

A volte soffriamo di nostalgia. Ci può capitare di ripensare con malinconia ad un momento, una situazione o un avvenimento del passato. Sentiamo la mancanza di quello che è stato, di quello che avevamo o avremmo voluto avere e che ora abbiamo perso. La nostalgia è un sentimento che non riguarda solo una persona o un oggetto ma anche un gruppo sociale (nostalgia collettiva) oppure un determinato periodo storico.

Alla nostalgia possono essere associati diversi sentimenti. Uno sicuramente positivo, cioè l'incantevole ricordo di qualcosa che non c'è più o che è andato perso nel tempo; uno doloroso, una sofferenza verso ciò che non è più possibile recuperare e un altro, che ci riguarda nello specifico, e che fa riferimento alla mitizzazione di un periodo che è ormai trascorso. Una sorta di rimpianto per un'epoca vissuta, o solamente immaginata, e di cui ne bramiamo il ritorno. In quest'ultimo caso si parla anche di una sorta di sindrome, detta "dell'età dell'oro", la quale consiste nel cadere nella malinconia di anni mai vissuti, negando un banale presente a favore dell'idealizzazione di un determinato periodo storico durante il quale saremmo stati più a nostro agio.

Nel caso italiano, la più grande forma di nostalgia viene spesso espressa nei confronti dei ruggenti anni '80, soprattutto da parte di persone che quel periodo non l'hanno vissuto. É questo il caso di Matteo Salvini, il quale in televisione va rimpiangendo quegli anni in cui l'Italia con la Lira "correva più della Germania". "Era un'Italia dove si lavorava, si risparmiava. In quegli anni i nostri genitori e i nostri nonni, con il loro lavoro, hanno comprato le case dove oggi viviamo". E ancora "la disoccupazione con la Lira era la metà di quella tedesca".

La sindrome da età dell'oro si è impossessata del senatore della Lega, e forse dei suoi social media manager, portandolo così a dichiarare in diretta tv ciò che gran parte degli italiani, tra i popoli più nostalgici in assoluto, crede di sapere. Peccato che la realtà sia differente e, stando ai dati raccolti da eminenti centri di ricerca nonché dalla Banca d'Italia, una buona parte dei nostri "mali moderni" è proprio collegato ai tanto rimpianti anni '80.

I ruggenti anni '80 e l'esplosione del debito

Molto probabilmente il segretario federale della Lega non si è ricordato di dire che nei favolosi anni '80, l'Italia faceva un deficit di quasi l'11% e il rapporto tra il debito pubblico e il PIL era quasi raddoppiato dal 56% al 94% . SI tratta della quarta fase dell'italico boom del debito, quella di cui stiamo pagando ancora le conseguenze. Dopo un ventennio di relativa tranquillità, la situazione delle nostre finanze pubblica inizia a precipitare.

Tra il 1968 e il 1983, la crescita restò comunque buona, attorno al 3% annuo, ma con la crisi petrolifera esplose un'inflazione galoppante, pompata dalla terrificante svalutazione della Lira. In Italia il carovita volta dal 5,2 del 1972 al 19% del 1974, mantenendosi attorno al 15% fino alla fine del decennio, quando si impennò al 21%. Intanto il miglioramento del welfare, processo in atto già dal decennio precedente, provoca un aumento della spesa pubblica che si combina con la stagnazione delle entrate, dando seguito ad un mix fatale che dal '73 in poi ci portò a chiudere bilanci in pesanti deficit.

La situazione del debito, nonostante quanto affermato, non esplose definitivamente grazie alla Banca d'Italia che dal '75 si impegnò a garantire il successo delle aste dei titoli di Stato stampando moneta per comprare le obbligazioni rimaste invendute. In questo modo il costo dell'aumento del debito sparisce dai conti pubblici e si scarica sulla Lira, la quale si svalutò del 40% rispetto al dollaro.

Furono i ruggenti anni '80 a fare il resto. Nel 1981 esplose quella che gli economisti osano definire "la bomba nucleare italiana", la quale condannò il nostro Paese a morire di debito, complice l'avversione dei nostri governi alla "disciplina di bilancio". La bomba viene innescata da attori apparentemente esteri all'economia dello stivale: Ronald Reagan, all'epoca Presidente degli Stati Uniti e Paul Volcker, Governatore della Federal Reserve, che decidono di dichiarare guerra all'inflazione (allora al 14% negli USA). La banca dà seguito ad una memorabile stretta sui tassi, passati dal 9% al 19% in poco tempo, abbattendo il carovita e innescando una mini recessione prima del boom economico. Tutte le altre banche mondiali sono costrette a inseguire gli americani, compresa quella italiana.

Ed è in questo frangente che inizia a consumarsi la disfatta della finanza italiana. Nel 1981 il Ministro del Tesoro, il democristiano Beniamino Andreatta, e il Governatore della Banca d'Italia, il tecnico Carlo Azeglio Ciampi, avviano il "divorzio". Bankitalia si libera dell'obbligo di acquistare i titoli di Stato invenduti, tornando ad essere indipendente nelle sue scelte di politica monetaria. La decisione, viene avversata da tutti i partiti politici ma permette comunque alla lira di restare all'interno dello SME, cioè la banda di fluttuazioni tra le monete europee, introdotta nel 1979 e destinata a diventare il nucleo della futura Unione monetaria europea.

Molti sostenitori delle teorie della sovranità imputano a questo divorzio tutti i mali economici e finanziari dell'Italia, invece si trattò di una semplice, ed italica, riforma incompiuta. In particolare questa non tolse ai governi il potere di decidere sui tassi d'interesse e vari canali di funzionamento monetario del deficit rimasero aperti. Tale potere non fu utilizzato perché nella politica e nella società italiana stava maturando un cambiamento profondo: l'Italia non voleva più essere il Paese dell'inflazione e delle continue svalutazioni dei cambi, perché ciò era considerato nocivo per la crescita economica e per la coesione sociale. Un cambiamento che si era tradotto proprio nell'adesione allo SME, nel 1979 e soprattutto nel decreto di San Valentino, con cui governo e parti sociali si impegnarono rapidamente a ridurre l'inflazione.

All'inizio degli anni '80, i tassi di interesse nominali e reali aumentarono in tutto il mondo. Se l'Italia si fosse chiamata fuori dal cambiamento, l'inflazione alimentata dallo shock petrolifero, sarebbe ancora aumentata. Il problema che non si riuscì a risolvere fu proprio quello del debito pubblico. Quando la società e la politica scelgono di combattere l'inflazione, lo Stato perde il gettito della tassa da inflazione, quella che in qualche modo ha mandato avanti l'Italia per diversi anni, e deve ricorrere ad altre forme di imposizione o a riduzioni della spesa per mantenere in ordine i conti pubblici. Una cosa del genere fu fatta con successo da molte grandi economie, ad eccezione dell'Italia.

Chi accusa il divorzio tra Tesoro e Bankitalia rimpiange quei tempi in cui lo Stato si finanziava con la tassa d'inflazione, la quale alla fine degli anni '70 raggiunse il 12% del PIL. Si trattava di una tassa iniqua, perché non tutti avevano le conoscenze necessarie per comprenderne gli effetti o per evitarla investendo in attività alternative. La si trovava dappertutto a rosicchiare i risparmi degli italiani.

All'anno dei mondiali di calcio, il 1982, il nostro Paese ci arriva in condizioni sudamericane. L'inflazione viaggia attorno al 17% divorando il potere di acquisto di stipendi, risparmi e pensioni, i tassi di interesse superano il 25%, lo spread italo-tedesco raggiunge quota 1175 punti base. Una vetta mai raggiunta nemmeno durante Tangentopoli e la crisi della Lira (769 punti base), o nella crisi del debito sovrano che costò il posto a Berlusconi (574 punti base).

Proprio in quell'anno cominciano ad arrivare gli avvertimenti della Banca d'Italia, la quale intima ai governi di non usare con eccessiva disinvoltura la spesa pubblica, rischiando di contribuire ad ampliare quel colossale debito che poi si è materializzato e che da trent'anni ci tiene con l'acqua alla gola.

Su spesa pubblica, deficit e debito bisognava correggere la rotta, scriveva Ciampi. Ma la realtà fu ben diversa: "nell'Italia del 1982 vennero introdotti allegramente sistemi di intervento pubblico che comportarono nel presente e nel futuro spese incompatibili con le previsioni di crescita, promettendo la distribuzione di un reddito non prodotto e non producibile in tempi brevi".

I governi italiani che si succedettero negli anni '80 continuarono a mantenere saldi primari negativi e al limite dell'indecenza, sorvolando con faciloneria la disciplina di bilancio. É proprio in questi anni che il debito decolla, anche perché con un'inflazione che scendeva sotto il 10% fino al 1985, per trovare acquirenti di BoT e BTP il tasso medio dei nostri titoli di Stato restava sempre a doppia cifra. Il mostro del debito diventò spaventoso, esplodendo definitivamente proprio tra il 1983 e il 1990 aumentando repentinamente fino al 94% del PIL.

Lo show dei nostalgici e i paragoni sbagliati

Oggi il debito è arrivato a 2381 miliardi, circa il 134,8% del PIL, nonostante per ben 26 volte tra il 1990 e il 2019 lo Stato Italiano abbia registrato un avanzo primario, cioè per ben 26 volte le entrate sono state più delle uscite, più di ogni altro Paese europeo. Circa 67 miliardi che dobbiamo pagare ogni anno per gli interessi di quel debito pubblico raddoppiato negli anni '80.

Nel 1987 l'Italia è riuscita a diventare la quinta potenza economica del mondo, come ha avuto modo di ricordare Matteo Salvini, ma si è dimenticato di includere il fatto che anche in quel caso prima di noi c'era la Germania Ovest.

Anche nel caso dell'inflazione l'eccessivo malcontento di tempi mai vissuti ha pervaso la mente del senatore. Nell'anno dei mondiali di Zoff e Rossi, l'inflazione ha toccato punte del 19%, mentre in Germania era quattro volte meno, del 4.55%. Si tratta di un problema che oggi non possiamo conoscere, visto che nel 2019 l'inflazione è stata solo dello 0,49%. Per spiegare meglio cosa significhi vivere con una inflazione al 20% basta prendere i mutui. Oggi sono al 3%, allora erano al 17%.

Anche allora la Germania esportava più di noi perché a parità di qualità del prodotto, il nostro costava in media il 15% in più del loro. Ed è proprio per questo motivo che in quegli anni si sono persi mercati internazionali che ancora oggi fatichiamo a recuperare.

E anche dando uno sguardo al PIL pro capite, l'Italia non ha mai superato la Germania. Nel 1980 quello italiano era di 8.456 dollari, quello tedesco di 12.138. Il divario è diminuito nel corso degli anni ma per la stessa ragione per cui ora l'economia italiana si ritrova in una situazione peggiore rispetto a quella tedesca. Semplicemente perché in quegli anni stavamo erodendo il capitale guadagnato durante il boom economico e stavamo aumentando il debito pubblico.

La nostalgia ci ha fatto dimenticare il grigiore di quegli anni, parzialmente mitigato dal colore in televisione e dal riflusso dal pubblico al privato dopo la triste stagione del terrorismo. Gli anni '80 sono stati difficili dal punto di vista economico. Bisogna ricordare che l'Italia usciva dall'austerity, quella delle domeniche in cui era vietato spostarsi con mezzi privati a causa della crisi petrolifera.

Gli anni '80 furono un decennio di ristrutturazione, dove gli occupati dell'industria diminuirono di circa un milione di unità e i lavoratori dipendenti del 25%.

Allora perché gli anni '80 sembrano gli anni della ricchezza? Perché il minor numero di occupati fu compensato dall'intervento dello Stato, il quale si assunse il compito di alleggerire il costo sociale di licenziamenti e simili attraverso strumenti come la nazionalizzazione di aziende fallite e cassa integrazione. Sembrò un momento di ripresa dell'economia ma in realtà fu soltanto il decennio in cui il nostro Paese perse il passo con la modernizzazione di settori in cui era all'avanguardia, dalla chimica all'elettronica.

L'ultima grande mistificazione delle parole dell'ex Ministro riguarda la disoccupazione. Secondo lui prima dell'Euro la disoccupazione era più alta in Germania che in Italia. Non è vero. Il tasso di disoccupazione medio tra il 1991 e il 1998 in Italia era del 10,6% e in Germania dell'8,2%. Al contrario di quanto si sostiene, il passaggio alla moneta unica fu un salto nel vuoto per i tedeschi, impegnati a fare i conti con la riunificazione tra un Est poverissimo e un Ovest industrializzato. Addirittura l'Economist nel 2003 definì la Germania come "il malato d'Europa".

Grazie all'Euro, l'Italia ha potuto spendere meno per gli interessi nonostante l'elevato debito. Una cifra pari ad una finanziaria all'anno. Per vent'anni la Germania ha utilizzato il tesoretto risparmiato per fare investimenti, ridurre le tasse e fare le riforme. L'Italia ha invece usato il denaro risparmiato per aumentare la spesa corrente e il debito pubblico. Come nei ruggenti anni '80.

La tendenza tutta italiana a mitizzare il passato

In un Paese martoriato da una crisi strutturale, viene quasi naturale volgere lo sguardo all'indietro. La nostalgia è un sentimento molto diffuso nel nostro Paese e questo Matteo Salvini, o chi per lui, lo sa. D'altronde il detto tutto italiano "si stava meglio, quando si stava peggio" è tornato molto in voga in questi anni di difficile globalizzazione.

Apparentemente di motivi per invidiare il passato ce ne sono tanti. Gli anni Sessanta sono quelli del boom economico, quelli in cui si costruiva il futuro di un nuovo Paese. I cicli espansivi erano accompagnati dalla nascita di miti positivi, vero motore dell'economia. Sulla spinta trasformatrice dei consumi, sulla leva securizzante della patrimonializzazione si costruiscono le basi dell'ottava potenza economica mondiale. Poi sono arrivati gli aspri conflitti sociali, il terrorismo e le stragi, ma allo stesso tempo cresceva la disponibilità di reddito delle famiglie a supporto della propensione ai consumi. La reazione popolare a quegli accadimenti si eserciterà negli anni del riflusso, gli Ottanta, dove ognuno di noi scoprirà la propria soggettività. Questi sono gli anni della crisi economica ma anche quelli dell'ascesa dei grandi imprenditori, del Made In Italy esportato nel mondo. Infine arrivano gli anni '90, quelli della fine della storia, quando gli equilibri sociopolitici e socioculturali vengono meno.

Nonostante su alcuni punti nostalgici si possa concordare, non sarà la mitizzazione di un trascorso a dipanare la matassa di un presente intricato. L'immaginario nostalgico è il precipitato di uno stallo sociodemografico dove è presente una maggioranza di classi in età avanzata. Gli adulti numericamente sono maggiori rispetto ai giovani, con questi ultimi che possiedono un potere economico minore rispetto al passato. Succede così che questi vengano associati al precariato, alla disoccupazione e alla sicurezza economica, con conseguenze come l'impossibilità di emanciparsi. Ecco che anche i giovani, la vera forza propulsiva del Paese, si rifugiano nei racconti di chi ha vissuto, o creduto di vivere, un passato glorioso e senza problemi.

La tendenza italica a mitizzare il proprio passato nasce tutta qui, da un futuro senza apparente via d'uscita e in cui i racconti dei grandi condizionano la vita dei piccoli, di una società incapace di assumersi le proprie responsabilità e che preferisce rifugiarsi in qualcosa che non c'è più.