Che cosa ha fatto l'Unione Europea per l'Italia?

di Donatello D'Andrea, fondatore del blog "informazione libera"

In un periodo concitato come questo, parlare di Unione Europea è qualcosa di davvero impopolare. Al tempo del sovranismo più marcato, politici e giornalisti nostrani attaccano Paesi Bassi e Germania perché non accettano di finanziare i coronabond. Questi sono identificati non con i rispettivi nomi geografici bensì con un generico "l'Europa". Solo fumo negli occhi.

L'Unione Europea, sporca e cattiva, è il capro espiatorio perfetto in questa emergenza, dove l'infodemia fa da padrone, assieme agli slogan propagandistici e al fare geopolitico di nazioni tutt'altro che pro-Europa come Russia o Cina.

Eppure a guardar bene, i due aiuti più concreti per l'Italia sono arrivati proprio dalle istituzioni europee, solo che gli italiani non l'hanno capito oppure, più verosimilmente, non hanno gli strumenti per farlo. Prima la Commissione UE ha sospeso il tanto criticato, in tempi di pace, Patto di Stabilità e Crescita, cioè quel fantomatico 3% che non bisogna superare, poi la Banca Centrale ha approvato il Pandemic Emergency Purchase Programme (Pepp), un piano di acquisto dei titoli di stato per un valore di 750 miliardi di euro.

L'incertezza circa il futuro di ulteriori misure proviene da determinati partiti di governo al comando delle singole entità nazionali. Le istituzioni europee non c'entrano nulla. Ciò non significa che l'Unione Europea sia esente da colpe, poiché nessuno è perfetto, tantomeno un'organizzazione perennemente incompiuta come la suddetta.

Gli interventi meno noti

Dall'inizio dell'epidemia il Meccanismo di Protezione Civile dell'UE, colpevolmente arrivato in ritardo, ha cofinanziato per il 75% i 25 voli di rimpatrio che hanno portato oltre 4000 cittadini dell'UE a casa. il 30% dei passeggeri rimpatriati erano dei cittadini che avevano una nazionalità diversa dal Paese che ha organizzato il ritorno a casa. La solidarietà tra i Paesi c'è stata grazie al coordinamento europeo.

Non hanno fatto notizia nemmeno i quasi 50 milioni di euro che la Commissione Europea ha raccolto tra finanziamenti pubblici e privati per sostenere 17 grandi progetti di ricerca sui vaccini contro il Covid-19, svolti da ben 136 gruppi di ricerca in tutto il continente. A questi si aggiungono 90 milioni di euro per l'iniziativa di innovazione medica (IMI) con l'industria dei farmaci. L'Unione, poi, ha anche messo a disposizione ulteriori 164 milioni di euro per finanziare delle start-up per realizzare progetti innovativi in risposta alla pandemia.

La Commissione ha offerto dei prestiti alla società di bio-farmacia che sta sviluppando delle terapie aventi il valore di cura vaccinale contro il Coronavirus. Un'azione così eclatante dato che il sovranista Donald Trump voleva trasferire la stessa negli Stati Uniti, offrendo cifre astronomiche per impossessarsi di una possibile soluzione al Covid. L'azienda in questione è la tedesca CureVac, con sede a Tubinga. Un gesto che dovrebbe far piacere ai populisti nostrani dato che la volontà europea di trattenere la ricerca sul vaccino in Europa equivale ad un vero e proprio atto di sovranismo europeo...

Non tutti sono consci del fatto che le singole entità statuali decidono autonomamente circa la salute, poiché hanno volontariamente scelto di non cedere sovranità all'Unione anche su questo fronte. I trattati permettono poco se non, al massimo, di sostenere e completare l'azione degli Stati membri. Ed è ciò che sta accadendo in Commissione. Vengono organizzati incontri in videoconferenza tra il Commissario alla Salute, Stella Kyriakides e i Ministri nazionali. Non si tratta di una semplice chiacchierata sconclusionata bensì di incontri per decidere congiuntamente gli appalti per le forniture. Ovviamente le decisioni di uno stato impattano su un altro.

Si tratta di evidenti limiti, i quali però non hanno impedito all'Agenzia Europea per la Prevenzione e il Controllo delle Malattie (ECDC) di fornire linee guida, analisi e dati circa il rischio e delle raccomandazioni circa l'andazzo del Coronavirus.

Nel caso italiano, ad esempio, la stessa Commissione ha formato una task force composta di esperti provenienti da diversi Paesi per coordinare gli interventi. Una soluzione che va avanti da gennaio, nonostante l'impreparazione abbia colto tutti i Paesi membri in modo più o meno omogeneo.

Un altro lavoro non da nulla è stato compiuto nel settore del mercato unico, fondamentale per la circolazione di mezzi sanitari e medici per fronteggiare la più grave emergenza dalla Seconda Guerra Mondiale. Una volta compresa che la produzione non avrebbe soddisfatto le richieste, nonostante siano ben 27 i Paesi a lavorare su mascherine e simili, il Commissario al mercato Breton si è rivolto alla Cina per l'invio di materiale in Europa, creando una rete di contatto con industrie tessili e imprese di settore per creare una filiera produttiva per la produzione di mascherine e ventilatori. Un'impresa titanica visto che i macchinari, le materie prime, il personale e il famoso know how non si trovano nello stesso Paese.

L'attività di coordinamento continentale può essere gestita solo dalle istituzioni europee. I più scettici direbbero: "le mascherine e le attrezzature possiamo farcele inviare, come sta già succedendo". Purtroppo per loro, non è la stessa cosa. Il motivo per cui Cina e Russia, tanto per dirne due, hanno inviato medici e materiale sanitario in Italia, va ben oltre la solidarietà che nessuno mette in dubbio. Si tratta di una mirata strategia geopolitica mirante a spingere l'Italia sempre più lontano dalle istituzioni europee: dietro alla solidarietà si cela l'interesse.

Restando in tema "mascherine", il lavoro più pesante lo ha condotto la stessa Commissione Europea. Togliere i divieti di esportazione del materiale sanitario, imposti dai singoli stati, ha permesso all'Italia di ottenere il materiale sanitario di cui Francia e Germania avevano bloccato l'esportazione. Breton ha lavorato molto con il Ministero dello Sviluppo Economico italiano affinché i transalpini e i tedeschi tornassero sui rispettivi passi, inviando il materiale promesso. I primi volevano combattere la speculazione e hanno riservato le mascherine ai medici; i secondi, avevano pensato di venderle ai cittadini. L'intervento europeo ha risolto la vicenda a favore dell'Italia. Anche la Repubblica Ceca di Babis, la Slovacchia e la Bulgaria hanno eliminato i divieti verso la nostra penisola. L'unica resta la Polonia, guarda caso un altro Paese sovranista ed euroscettico, che però non ha rinunciato ai soldi europei per uscire dalla distruzione economica e sociale sovietica.

Il Parlamento Europeo, inoltre, ha approvato un piano da oltre 37 miliardi di euro per finanziare i sistemi sanitari, le piccole e medie imprese e le parti più vulnerabili delle economie continentali colpite dall'emergenza. A questi si aggiungono altri 40 miliardi che la BEI mobiliterà per le imprese tra prestiti e rimborsi.

Una riserva continentale di aiuti: "RescEU"

L'infodemia contro l'Unione Europea, tesa a celebrare gli interventi stranieri come se fossero manna dal cielo, solidarietà senza interesse o semplicemente eroismo anti-europeo, ha oscurato la miriade di interventi che la Commissione Europea e il resto delle istituzioni hanno messo in piedi per sostenere i Paesi in difficoltà. Un argomento, questo, molto delicato e che sicuramente non sta a sottolineare il fatto che l'Unione non abbia sbagliato nulla, anzi. Si tratta di semplice onestà intellettuale. L'Unione Europea si è mossa colpevolmente in ritardo? Sì. L'Unione Europea non ha fatto nulla per aiutare l'Italia? Non è vero.

Si è parlato poco, a questo proposito, di RescEU, una piattaforma creata dall'Unione nel 2019 che da inizio aprile si occuperà di creare una riserva comune di attrezzature mediche di emergenza destinate alla terapia intensiva. Bruxelles ha stanziato ben 50 milioni per l'acquisto di ventilatori, protezioni, vaccini e sostanze terapeutiche. La Commissione finanzierà il 100% della scorta, che sarà immagazzinata in uno o due stati membri. C'è però un problema: saranno gli stati ospitanti gli unici responsabili dell'acquisto delle attrezzature e il rischio è che le rivalità e gli egoismi individuali (attenzione, "individuali") possano portare ad uno stallo.

A quel punto un sovranista un pò gaglioffo si scaglierà contro la Commissione, la quale ha "solamente" finanziato profumatamente la riserva, senza considerare che gli egoismi e le rivalità dietro gli stalli sono figli proprio di quel tanto decantato sovranismo, solo che non è italiano bensì francese, tedesco, polacco e via dicendo. In poche parole i sovranisti italiani attaccano il sovranismo altrui.

Il 27 marzo scorso la Commissione ha proposto di destinare altri 30 milioni di euro alla prima scorta di RescEU. Il bilancio è salito a 80 milioni ma bisognerà velocizzare le operazioni, e questo dipende da Bruxelles.

Infine, per aiutare i Paesi in difficoltà l'Unione Europea si è mobilitata attraverso l'istituzione di una cassa integrazione continentale dal nome SURE. Un fondo che potrà mobilitare 100 miliardi di crediti, sulla base di garanzie degli Stati membri, per 25 miliardi. L'iniziativa sarà presentata al prossimo Eurogruppo.

Lo ha riferito Ursula Von Der Leyen, Presidente della Commissione Europea, la quale in una lettera per Repubblica ha chiesto scusa all'Italia per l'assenza dell'Europa in questi anni, mettendosi a disposizione del nostro Paese per combattere un nemico comune.

Una crisi da superare...Assieme

L'Unione Europea sta affrontando la seconda crisi esistenziale nell'arco di un decennio, dopo quella dei debiti sovrani del 2011. Si tratta di una prova impegnativa e che conferma come i problemi globali richiedano soluzioni almeno continentali.

La crisi 2009-2012 ha spinto l'UE a dotarsi di strumenti che hanno reso il settore pubblico e privato più resilienti e che permettono di affrontare una crisi adottando più soluzioni: la BCE non è più un semplice guardiano senza poteri ma interpreta i trattati in modo più flessibile e creativo per difendere la tenuta della zona euro. Purtroppo, ciò che manca è proprio un Presidente lungimirante, lontano da umori elettorali e interessi particolaristici. È il caso di Christine Lagarde, Presidente della BCE, resasi protagonista di un'uscita davvero infelice nei confronti del nostro Paese e di quelli ad alto Spread. La polemica si è chiusa con delle scuse e con lo sblocco di un piano da 750 miliardi ma, come sempre, le parole hanno un certo peso.

Gli strumenti nati nel 2012, però, non hanno lo stesso valore in tempo di pandemia. All'epoca nacque il MES, il Meccanismo Europeo di Stabilità, un fondo salva stati a cui si può accedere rispettando determinate condizioni, uno strumento potente senza dubbio, in grado di moltiplicare le risorse a disposizione di uno stato ma, in questo frangente, è davvero necessario porre delle barriere all'ingresso?

Ecco perché il fondo Salva-Stati non è la soluzione e, oltre la cassa integrazione, è opportuno cercarne altre. I coronabond?

Cosa sono? Si tratterebbe di obbligazioni europee emesse singolarmente dagli Stati dell'Unione europea per coprire le spese legate alla diffusione dell'epidemia sia sul piano sanitario che sul fronte della produttività economica. Uno strumento speciale messo a disposizione degli stati, garantendo loro liquidità per finanziare le spese economiche a sostegno della lotta alla pandemia.

Uno strumento utile? Sicuramente. Gli stati più in difficoltà hanno bisogno di più risorse per colmare le lacune in alcuni settori strategici, come sanità e ricerca, colpiti dai tagli dei governi precedenti. Solo da loro potremmo ricavare gli unici mezzi necessari per affrontare l'emergenza: cure e sperimentazioni. I bond andrebbero in questa direzione.

Gli unici ostacoli provengono dagli stati nordici. I bond verrebbero emessi dai singoli Paesi europei ma sarebbero garantiti in solido da ogni singolo Paese. Germania, Olanda e altri non vorrebbero fornire questo tipo di aiuto perché gli stessi non gradirebbero accollarsi le incertezze di un Paese ad alto debito come l'Italia. Nessun politico di un Paese nordico vorrebbe assumersi la responsabilità di "regalare" soldi dei propri contribuenti all'Italia per sentirsi rimproverare che quei soldi servivano nel loro Paese. Dunque, molto semplicemente, nessuno vorrebbe mutualizzare il debito di chi, negli scorsi anni, non ha mai tenuto fede agli accordi e ha sempre sperperato il denaro messo a disposizione dall'Europa.

Da un lato si schierano i Paesi nordici che vorrebbero si ricorresse al MES, attraverso un prelievo pari al 2% del PIL (nel caso italiano una cifra attorno ai 40 miliardi) e chi, come Giuseppe Conte, crede che in un'emergenza unica servano mezzi unici, senza che questi influiscano negativamente sui conti pubblici. I falchi tedeschi e olandesi devono capire che nel pieno di una crisi mondiale la solidarietà deve prendere il posto dell'avidità. Gli egoismi devono lasciare spazio alla comunione d'intenti.

Ricorrere al MES non è auspicabile in una situazione come questa, la rigidità imposta dai parametri attraverso cui si può ricorrere al fondo rischiano di far precipitare non solo la credibilità della moneta unica e dell'Unione Europea tutta, ma anche le convinzioni di chi nella solidarietà ci ha sempre creduto.

Le reticenze rischiano di amplificare una crisi già disastrosa di suo. Gli strumenti ci sono, l'Europa c'è, come si è avuto modo di vedere. Ciò che manca è la volontà politica di usarli, un pò di creatività e molta leadership. C'è ancora molto su cui lavorare, è evidente, ma i presupposti ci sono. Basta coglierli.

La pandemia di Coronavirus ci ha permesso di vedere quanto sia sbagliato credere in un mondo di frontiere chiuse, di stati che, spinti da un becero sovranismo, bloccano l'importazione di mascherine, che non scambiano competenze e informazioni tra loro e che fermano scambi di merci e persone (come al Brennero).

L'Unione Europea è, ormai, la nostra casa. L'abbiamo costruita dopo il grande disastro dei nazionalismi che ha generato la Seconda Guerra Mondiale e oggi rappresenta l'unico strumento per affrontare la globalizzazione. Non ci sono alternative politiche migliori. Ciò, però, non va compreso solo dai populisti, ampiamente lontani dalla realtà, bensì anche dai governanti europei, i quali si trovano di fronte l'unica possibilità che hanno per rafforzare l'unione politica e fermare l'euroscetticismo.