Le armi alla Turchia

di Nicola Strambio

È da più di una settimana ormai che il Kurdistan siriano è sotto i pesanti attacchi dell'esercito regolare della Turchia, affiancato peraltro da miliziani irregolari, responsabili nei giorni scorsi di massacri ed esecuzioni sommarie, come nel caso della giovane leader del Future Syria Party, prelevata e decapitata sul posto da miliziani che, per le forze curde, sarebbero collegabili con la Turchia.

Ad oggi sono più di 200 000 i civili in fuga dai combattimenti, una prigione è stata colpita da bombardamenti turchi, causando la fuga di circa 900 detenuti appartenenti in gran parte all'ex Stato Islamico. Le Unità di Protezione Popolare curde (YPG) hanno stretto un accordo con l'esercito di Assad e con la Russia. Entrambi gli alleati stanno avanzando verso il confine turco, con preoccupanti prospettive: la Turchia è un paese NATO, alleato di Stati Uniti e Italia, e n on può permettersi uno scontro diretto né con la Russia né con la Siria.

La reazione della comunità internazionale, in particolare dell'Europa, è stata piuttosto blanda: è stato proposto un embargo sulle armi per la Turchia, sottoscritto da Francia e Germania e appoggiato dall'Italia. Vari ma sparuti sono stati i moniti di alcuni capi di Stato, come l'Italia, che hanno ammonito la Turchia, intimando a Erdogan di fermare la sua operazione "Fonte di Pace". Un nome che sinceramente lascia poche speranze sulla sincerità dell'ideatore.

Dal canto suo, il presidente Turco ha risposto che né la Russia, né l'Europa con i suoi embarghi (la Turchia ha gli arsenali pieni, dopo anni di intensi acquisti di armi), né tanto meno i Curdi, che nella sua ottica futura saranno debellati. La sua minaccia è stata quella di rilasciare i profughi trattenuti dalla Turchia sul suo suolo nazionale, pagata profumatamente dall'Europa.

"I profughi comunque arriveranno, perché lui (Erdogan, ndr) sta facendo la guerra in un paese pieno di profughi, quindi arriveranno e non ci spaventa." Queste le parole di Lia Procopio, parlamentare della Commissione Esteri.

Lei non crede che l'embargo delle armi sia da solo sufficiente?

No, sicuramente non lo è, bisogna fare di più, la Turchia non si fermerà,a meno che non trovi una risposta dura e netta, che può essere anche sotto forma di sanzioni, sotto forma del ritiro della missione NATO in questo momento (in atto ndr). I nostri 130 militari. (L'Italia ha, come paese NATO, un contingente militare in Turchia ndr)

Il problema dell'Europa, in particolare dell'Italia, è che un embargo delle armi sarebbe a dir poco tardivo, poiché il nostro paese come molti in Europa hanno passato i recenti anni a vendere armi alla Turchia. L'Italia è stata uno dei maggiori partner commerciali della Turchia nella voce "armi".

Nonostante il nostro paese sia conosciuto per la sua cultura assolutamente non guerrafondaia, in Italia hanno sede alcune delle più grandi aziende di armi. Una fra tutte Beretta, che nel 2015 ha fatturato 660 milioni di euro.

Il governo ha quindi cominciato a vagliare la proposta di una forza di "interposizione di pace" tra Turchia e esercito Curdo e Siriano. Accadde così ad esempio negli anni '80 in Libano, quando l'Italia fece parte di un contingente volto a proteggere dei campi profughi Palestinesi, i quali erano stati oggetto di massacri.

Su questo la Onorevole Procopio si è espressa il tal modo:

Lei ha parlato poco fa di "interposizione di pace", è possibile da parte dell'Italia, che è alleata della Turchia, fare una cosa del genere?

"Certo, è già successo, prenda per esempio la vicenda di UNIFIL, che è la missione di interposizione in Libano tra Israele e Libano, l'Italia è alleata di Israele e ha un ottimo rapporto anche con il Libano, l'Italia è al comando di questa missione, anzi in alcuni casi essere un paese diciamo ben ricevuto in alcuni contesti di conflitto può aiutare."

Resta il fatto che prima si agisce, meglio è: ciò che sta avvenendo è una vera operazione espansionistica, con la giustificazione della lotta al terrorismo, una formula a cui ormai siamo abituati.

I Curdi avevano creato una propria organizzazione parastatale che era un esempio di avanguardia, ad esempio sui diritti delle donne, che hanno una libertà molto superiore alla media dei Paesi che circondano il Kurdistan. Il Partito dei Lavoratori lotta da prima della seconda guerra mondiale per l'indipendenza del Kurdistan, finora ottenuta parzialmente solo in Iraq.

Le YPG avevano combattuto strenuamente nella coalizione anti-ISIS, liberando varie città e dando un contributo fondamentale nella liberazione di varie città chiave dello Stato Islamico. Alcune di loro ora sono cadute sotto l'avanzata turca, un esempio fra tutti è Kobane, che ora è sotto attacco da parte di cellule dello Sto Islamico, a cui la città era stata sottratta a gennaio di quest'anno. I terroristi hanno approfittato della guerra con la Turchia attaccare la città.

La minoranza Curda ha subìto repressioni sanguinosissime, fin dallo smembramento dell'impero Ottomano: questo popolo si trovò diviso in quattro Stati diversi ed è tuttora in attesa del riconoscimento di un proprio territorio nazionale.

La lotta armata del popolo curdo, a volte sfociata in atti terroristici sanguinari, non può essere di da sola giustificazione per bombardare la popolazione civile.