L'indifferenza Conta

Venerdì 27 settembre 2019 a Milano sono scesi in piazza circa centocinquantamila studenti, la maggior parte appartenenti alle scuole superiori.

Un numero impressionante, che rispecchia d'altronde la partecipazione alle scorse manifestazioni studentesche del 15 marzo e del 24 maggio.

Così tante adesioni, un numero mai visto da decenni, è ovviamente dovuto in larga parte al tema: i cambiamenti climatici. Un tema unificante, apolitico e strettamente riguardante i giovani. Cosa potrebbe essere meglio?

Folle di commendatori hanno inneggiato alle altrettanto corpose folle di ragazzi che scendevano in strada, lodando la loro azione di protesta attiva e in certi casi propositiva verso istituzioni e grandi aziende private.

Si è fin da subito vista però una animata controtesi da parte di vari pensatori, che criticavano l'incoerenza dei giovani rispetto ai temi che essi stessi difendevano. Un esempio: alla fine della manifestazione sul clima decine e decine di ragazzi si recano alle catene di fast food per mangiare in allegria uno dei pasti più inquinanti sul mercato, a base di carne bovina da allevamento intensivo, fritture e bibite in bottiglia. Il tutto rigorosamente imballato in multiple confezioni di plastica.

O ancora, ragazzi che si recano alle manifestazioni senza avere le idee molto chiare su cosa stiano manifestando.

Essere ambientalisti duri e puri è, come dice un noto comico, molto difficile anche per la leader del movimento ambientalista, Greta Thumberg, poiché il mondo in cui viviamo obbliga ad uno stile di vita che di fatto è l'opposto dell'ambientalismo: il turismo di massa, il fast food, il consumismo con tutti i discorsi che si potrebbero aprire con esso. Ma chi scrive non ha intenzione di focalizzarsi su chi ambientalista è, ma su chi invece è nel cosiddetto "limbo": l'indifferenza.

Come mai uno studente apparentemente non ben informato o indifferente decide di recarsi ad una manifestazione?

La risposta ce la insegna la storia:

a partire dalle Internazionali dell'Ottocento i leader hanno varato e perfezionato le strategie dello sciopero, che via via nei decenni hanno portato a delle costanti:

  1. Più si è meglio è;

  2. Non è necessario che tutti siano istruiti sul tema che si sta difendendo se c'è già qualcuno preparato;

  3. Per coinvolgere la massa, bisogna invogliarla.

Gli scioperi si fanno di venerdì, chi ha mai sentito di proteste di mercoledì alzi la mano.

Ecco spiegato l'arcano: secondo questa teoria, che è probabilmente la stessa strategia messa in atto da generazioni di studenti prima della mia, saltare la scuola è un vero albero dalle mele d'oro, che invoglia chiunque a partecipare a qualsivoglia sciopero. Figurarsi nell'eventualità di una "nobile causa", come per il nostro esempio.

Ora, quello che ho riportato rispecchia a grandi linee le maggiori critiche al movimento Fridays For Future. In gran parte le ritengo vere, anche se gonfiate in un'esagerazione volta a denigrare o a storpiare il vero senso delle proteste, rendendo i ragazzi una manica di zombie che seguono il primo che passa solo perché egli promette, come con la carota per il cammello, scioperi durante l'orario scolastico.

Gli indifferenti esistono, e spesso sono gli indecisi a pesare di più nelle scelte, tirati da una parte o dall'altra. Ma tutti nasciamo indifferenti, l'opinione viene con la coscienza di sé. E tutti prima o poi siamo messi di fronte ad una evidenza, e io ritengo che questa sia la forza dei giovani: la comunicazione.

Un'evidenza mette alle strette: o la riconosco e mi adeguo, o confuto e continuo sui miei passi. Ecco che se la prova è sostenuta da tesi ferme e con largo consenso, la consapevolezza, anche passiva (dovuta al sentito dire o all'influenza da opinioni altrui) si diffonde a macchia d'olio.

Quindi l'indifferenza conta, ma conta più di essa l'informazione. Mai smettere di essere curiosi, mai di porsi domande. Il rischio si chiama analfabetismo funzionale ed è la più grave malattia della società occidentale.