La genesi del Male

di Caterina Ceriani

In America Pechino si è concentrata solo sugli Stati Uniti, dei quali negli anni ha comprato gradualmente 3000 miliardi di dollari in titoli di stato che se alla loro scadenza non comprasse più scatenerebbe una grande crisi negli USA. La Cina inoltre ha investito molto sul suo esercito che oggi vanta di una marina militare forte come quella degli Stati Uniti. Dunque è facile arrivare alla conclusione che la Cina sta facendo una serie di mosse finalizzate a tenere sotto scacco il mondo, e se continueremo a farci ingannare probabilmente tra vent'anni i ragazzi a scuola studieranno il cinese e non più l'inglese.

Nonostante all'inizio Ralph prevalga, il suo metodo rigoroso e per certi versi adulto, fatto di regole da rispettare e compiti da svolgere, annoia i ragazzi, che, sentendosi privati della loro avventura, cambiano bandiera ed entrano nella tribù di Jack, abbandonando Ralph, Piggy e pochi altri, il cui metodo non ha più alcun fascino ormai, paragonato al brivido della caccia e dell'apparente libertà permesso da Jack.

È evidente dunque come nel corso della vicenda si assista al crollo della civiltà negli animi dei giovani protagonisti, che gradualmente regrediscono allo stato primitivo, e la volontà dell'autore di raccontare cosa accada all'uomo quando questo perda sé stesso, la sua identità, perdendo i suoi valori.

Sorprende come i ragazzi, tratti nel circolo vizioso della crudeltà e della ferocia, siano capaci di azioni efferate e violente, senza quasi rendersene conto, in un primo momento.

C'è però un elemento che li rende capaci di tali gesti: la maschera. Per uccidere un animale o una persona, ci si traveste, ci si rende estranei a sé stessi e agli altri, trovando molto spesso una facilitazione nel far del male se la vittima viene spersonalizzata, in una certa misura allontanata da sé, perché è meno difficile, meno autodistruttivo causare sofferenza a qualcosa o qualcuno cui si guardi con distacco, con freddezza, vedendo in lui un nemico.

Questo ultimo aspetto viene indagato anche da Primo Levi in Se questo è un uomo, opera in cui l'autore cerca di spiegare a sé e agli altri come sia stato possibile per un popolo intero concepire e per un gruppo più ristretto attuare la Shoah. La risposta che viene elaborata è notoriamente complessa, ma contiene questo tassello: l'esigenza del carnefice di annientare la vittima, di renderla disumana, ancor più disumana del suo gesto, al fine di non provare alcun trasporto empatico nei suoi confronti. E la salvezza, che secondo l'autore può essere ottenuta in tanti modi quante sono le personalità dei prigionieri, è permessa prima di tutto ad una condizione: mantenersi umani, conservando la propria identità, conservando la convinzione di non essere i fantasmi in cui gli aguzzini cercano di trasformarli, ma persone. La cultura, un lato fondamentale della civiltà, diventa in questo contesto un'ancora di salvezza e ciò è testimoniato da Primo Levi quando racconta dell'episodio del canto di Ulisse, ovvero quando, ricordando pochi ma essenziali versi del canto (in particolare: "Considerate la vostra semenza:| Fatti non foste a viver come bruti, | Ma per seguir virtute e canoscenza." Inferno, canto XXVI, vv. 118-120), si separa dall'inferno che lo circonda, grazie al ricordo di una civiltà, di una vita, di un rispetto precedenti, che pensa sia bene non dimenticare, riuscendo ad afferrare, anche solo per un momento, l'essenza della vita nel campo.

Ne Il Signore delle Mosche invece la salvezza non è contemplata: Ralph e Piggy non riescono a riportare i compagni ad uno stato di umanità e ciò che li ferma, che li difende da sé stessi, è l'arrivo di un ufficiale di marina, di un adulto, che inorridisce scoprendo il male di cui dei bambini, dei ragazzi sono stati capaci: la loro educazione, ma prima di tutto, la loro innocenza dove sono andate perdute? Quando? Perché?

Un ultimo elemento che credo sia giusto menzionare nell'analisi del male come fenomeno è il suo carattere collettivo, la sua capacità di propagarsi con estrema facilità nel tessuto sociale, venendo da alcuni celebrato, da altri (spesso pochi purtroppo) combattuto e dai più accettato, come dimostrato dal grande consenso su cui si sono basati i totalitarismi del secolo scorso. È inoltre importante sottolineare come sia meno difficile far del male quando si è in gruppo: la presenza di più persone infatti in parte rassicura, fa sentire la colpa condivisa e in generale credo faccia sentire potenti, in un certo senso invincibili. Ma quando si aprono gli occhi e si vedono le proprie azioni per le crudeltà che sono subentra un altro sentimento, ben meno piacevole: la vergogna, la vergogna di sé davanti agli altri per ciò che si è fatto. A quel punto si avverte un nuovo bisogno, che può diventare un'ossessione, come limpidamente traspare dal racconto Leggenda di San Giuliano Ospedaliere di Gustave Flaubert: la redenzione; quest'ultima può risultare più difficile da trovare, ma non impossibile.

Uno dei principali interrogativi che credo si pongano sia Primo Levi sia Golding è quale sia la vera natura dell'uomo, domanda che è sempre stata e sempre sarà oggetto di grande dibattito. Entrambi, per vie diverse, l'uno sulla base del fatto più terribile che la storia ricordi, l'altro in modo più generale con un esperimento ipotetico, giungono alla conclusione che il male sia insito nell'animo umano, che ne costituisca una parte insondabile, forse più grande di quanto possiamo immaginare; da questa convinzione deriva l'esigenza di potenti argini che ci proteggano dal suo emergere e risultare in catastrofi.

Tendo comunque a pensare che il lato oscuro che è in ognuno di noi possa essere contenuto, arginato, soprattutto grazie ad un'efficace educazione, all'appartenenza ad un gruppo sociale che non faccia sentire superflui, alla fede in dei valori, che ci guidino nella vita di tutti i giorni, permettendoci di sviluppare con essi nel tempo una concezione personale di giusto e sbagliato, per saper valutare e scegliere di volta in volta e con consapevolezza ciò che riteniamo sia bene per noi e per gli altri.