Il riscatto per Silvia

di Lorenzo Gioli

La liberazione di Silvia Romano, arrivata all'aeroporto di Ciampino con un Falcon 900 dei Servizi segreti dopo diciotto mesi di prigionia, non può che essere un fatto positivo. Ora che questa storia è giunta a un lieto fine, possiamo ricostruire la vicenda dall'inizio, indagando le cause che hanno portato Silvia nelle mani dei tagliagole somali di Al Shabaab. Nel 2019 otto terroristi armati di machete e kalashnikov rapiscono Silvia a Chacarma, il povero villaggio keniota in cui la ragazza lavorava per conto della onlus marchigiana Africa Milele. Dopo quasi un anno e mezzo di trattative condotte dai servizi segreti, Silvia viene portata a casa. Una vittoria sul piano umano. Un po' meno sul piano politico. Tutti noi avremmo pagato quanto richiesto pur di permettere a una ragazza di ricongiungersi con la sua famiglia. Questo è fuori discussione. È anche vero che il ritorno a casa di questa giovane donna, nella forma in cui è avvenuto, rischia di avere pesanti ripercussioni sul nostro profilo internazionale, sull'immagine dell'Italia in Europa e nel mondo.

Il 16 marzo 1978, un commando delle Brigate Rosse rapì Aldo Moro per due motivi. Il primo: boicottare il compromesso storico e la nascita del IV Governo Andreotti, nato con l'avvallo dello stesso Moro dall'alleanza Dc-Pci. Secondo ma non meno importante: condurre una trattativa alla pari con lo Stato. La vita di Moro in cambio della scarcerazione di alcuni terroristi rossi. Questi erano i termini dell'accordo. Col senno di poi, sono sicuro che se Andreotti e Berlinguer avessero accettato le richieste dei brigatisti, Moro non sarebbe morto. Tuttavia, cedendo al ricatto dei terroristi, lo Stato avrebbe dimostrato la propria fragilità. Per questo Andreotti rifiutò ogni dialogo anche a costo di mettere a repentaglio la vita del leader Dc.

Lungi da me paragonare la stagione del terrorismo rosso a quella del terrorismo islamico, credo che il pagamento del riscatto per Silvia Romano sia stata una dimostrazione di debolezza agli occhi dei nostri nemici che ora saranno incentivati a compiere nuovi rapimenti. A discolpa dei servizi segreti, siamo stati costretti a scendere a compromessi con i tagliagole. Se l'onlus per cui Silvia lavorava ne avesse garantito la sicurezza, ci saremmo risparmiati parecchi problemi. Gli errori della associazione marchigiana, infatti, sono costati 18 mesi di sequestro a una ragazza di 25 anni e un'ingente somma di denaro con annessa figuraccia al nostro Paese. É ora che ognuno si assuma le proprie responsabilità senza ripetere gli stessi errori. Per evitare di avere, nel giro di due anni, non una ma venti ragazze sequestrate.