Giù le mani da Montanelli, giornalista controcorrente

di Lorenzo Gioli

Sono tanti i personaggi storici di cui è stata infangata la memoria nelle ultime settimane sull'onda delle proteste antirazziste per l'omicidio di George Floyd. La statua dedicata a Theodore Roosevelt, ventiseiesimo Presidente degli Stati Uniti insignito del premio Nobel per la Pace nel 1906, verrà rimossa. Motivo: la statua raffigura Roosevelt a cavallo di fianco a un nativo americano e a un africano a piedi nudi. E giù con razzismo e xenofobia. Il museo di Storia Naturale di New York, davanti al quale si trova la statua e di cui Roosevelt è stato uno dei fondatori, ha giustificato la rimozione facendo riferimento alla "eredità duratura delle discriminazioni razziali nel nostro paese, così come le inquietanti idee di Roosevelt sulla razza". A Londra sono stati costretti a coprire la statua di Winston Churchill per difenderla dagli atti vandalici di alcuni ragazzotti, causa la campagna in India condotta dal Regno Unito nel 1943. E così potremmo andare avanti con molte altre figure travolte dalla furia iconoclasta che ha investito l'Occidente cancellandone la storia e i simboli. Vorrei però soffermarmi su una statua in particolare, la più vicina a chi - come il sottoscritto - sogna di fare il giornalista: quella intitolata a Indro Montanelli, di cui è stata chiesta la rimozione in una lettera al sindaco Beppe Sala.

"Montanelli razzista", "Montanelli pedofilo", "Montanelli stupratore" sono solo alcune delle bestialità emerse dai social di questi giorni. La colpa rinfacciata a Indro sarebbe quella di aver sposato in Abissinia una bambina eritrea di quattordici anni. Un episodio accaduto nei primi anni Trenta e che quindi non può essere giudicato col metro di oggi. Allora, in quella terra, era normale che ragazze così giovani sposassero uomini maturi (Montanelli ne aveva 27). Figlio del suo tempo e dunque anche della retorica colonialistica, Indro si arruolò volontario e venne assegnato ai reparti indigeni formati dagli Ascari Eritrei. Arrivato in Abissinia, si comportò né meglio né peggio di tutti gli altri. Comprò Destà (questo era il nome della ragazza) versando 350 lire. Nel 1952, alcuni anni dopo il ritorno in Patria, Montanelli decise di andare a trovare la sua compagna eritrea che intanto, da un altro soldato, aveva avuto tre figli, il primo dei quali si chiamava Indro. Non so quanto ci sia di vero in questa storia. Spesso Montanelli arricchiva i suoi articoli di particolari ed episodi inventati per catturare l'interesse dei lettori. Ne è un esempio la fantomatica intervista a Hitler.

Al di là di ciò, credo che la questione sia un'altra: la statua in bronzo presa di mira in queste ore non è dedicata al Montanelli soldato, ma al Montanelli giornalista che di meriti ne ha avuti eccome. Nel 1937 venne espulso dal Messaggero per aver raccontato il fallimento della battaglia di Santander, dipinta dal fascismo come una vittoria. Nel 1943 i repubblichini e le SS iniziarono a dargli la caccia perché complice del golpe del 25 luglio. Nel 1974, dopo essere stato cacciato dal Corriere della Sera, Montanelli fondò il Giornale per cantare fuori dal coro e avversare l'intellighenzia vicina al terrorismo rosso. Non a caso, è proprio dove è stata eretta la statua che Indro venne gambizzato delle Br milanesi. Demolire quel monumento significherebbe non solo insultare la memoria del miglior giornalista italiano, ma - cosa ancor più grave - sfregiare la storia legittimando, sia pur implicitamente, l'attentato di cui è stato vittima. Il lettore tragga le conclusioni.