La parabola del politico che voleva cambiare il mondo

di Antonio Pironti, redattore del Moschettiere

Matteo Renzi, uno tra i politici più discussi di questo ventennio, amato e odiato allo stesso tempo, è sempre rimasto al centro dell'attenzione, con grandi intuizioni ma mettendo talvolta l'ego al centro della sua azione politica.

Ma Renzi dove nasce politicamente? Semplice: dalla Democrazia Cristiana, dove fa la gavetta nelle strutture giovanili. Poi, via via, nel Partito popolare e nella Margherita. Si fa le ossa come amministratore locale: prima presidente della Provincia di Firenze e poi sindaco del capoluogo toscano. Infine, la consacrazione: nasce il Pd a cui prendono parte riformisti "bianchi", ovvero ex Dc, e riformisti "rossi" appartenenti alla tradizione comunista. Da sindaco di Firenze Renzi inizia a presentarsi come rottamatore della vecchia classe dirigente Dem: i "dinosauri" della vecchia scuola (D'Alema, Bersani ecc...).

Dopo aver lasciato Firenze viene eletto segretario del Pd, frega la poltrona a Letta - #enricostaisereno è un evergreen che non muore mai - e viene nominato Presidente del Consiglio. Il suo è uno dei governi più lunghi nella storia repubblicana. Alcune delle sue azioni più significative sono la riforma del lavoro, contestata dai sindacati e da una parte del Pd, il jobs act, che decreta la fine dell'articolo 18, e una cattiva gestione del fenomeno dell'immigrazione che fa perdere consensi ai Dem. L'Italia versa quindi in una situazione di grande incertezza e il governo Renzi ha numerosi oppositori: il centro-destra allora capeggiato da Silvio Berlusconi, la sinistra estrema, i sindacati e la minoranza del Pd. È propio in questo contesto che Matteo decide di fare la cosa peggiore che potesse fare: indire il referendum costituzionale del 2016.

La riforma si ripropone di cambiare radicalmente il bicameralismo perfetto, le regioni e gli organi di amministrazione. Però i cittadini ci capiscono poco e Renzi peggiora la situazione: personalizza il referendum e dice che si dimetterà se perderà. Il centro-destra ne approfitta per prendere la palla al balzo e lanciare una spietata campagna contro Renzi e le sue misure. I cittadini sono sempre più confusi. Poi, come previsto, il 4 dicembre 2016 Matteo perde il referendum e si dimette da Presidente del Consiglio (lo sostituirà l'anonimo governo Gentiloni). 

Ancora una volta però l'ego trionfa. Alcuni mesi dopo essersi dimesso da segretario, a causa della cocente sconfitta del Pd alle politiche del 2018, dà l'ok per l'alleanza con il M5S e fonda un nuovo partito: Italia Viva.

Eccoci arrivati all'oggi: nel Conte II Italia Viva svolge un ruolo fondamentale da un punto di vista numerico. Infatti, se Renzi togliesse la fiducia, alla Camera mancherebbero i numeri necessari per governare. Ma Renzi ha sempre avuto un pregio che ha acquisito dopo il referendum costituzionale: sa guardare in faccia alla realtà e sa che se si dovesse andare presto ad elezioni Italia Viva non arriverebbe alla soglia di sbarramento. Dunque archivia il passato progressista e fa una plateale svolta a destra tentando di strappare quanti più voti possibile a Berlusconi e a Forza Italia.

In conclusione, cosa possiamo dire su Matteo Renzi? Si tratta di un politico sicuramente abile, perfino un grande oratore, ma il suo più grande difetto era e rimane l'ego, che lo spinge a cambiare schieramento in fretta e a commettere errori ingenui e tranquillamente evitabili. Non sono mai stato a favore della politica di Matteo Renzi poiché la considero dannosa per il Paese, ma gli riconosco il tentativo - nel bene e nel male - di cambiare realmente le cose.