"Putsch" in vista

06.09.2019
di Mauro Giubileo

Roma, agosto 2019. Il Govero gialloverde subisce una disgregazione nel suo essere. Ce lo dovevamo aspettare, se non auspicare, ormai da tempo. Perché l'immobilismo in cui l'Italia era precipitata già da troppi mesi, l'incapacità di sciogliere le ingarbugliate matasse delle questioni irrisolte, la tensione sui temi "bollenti" non avrebbe potuto attendere oltre. Si è giunti al punto morto, al punto di non ritorno, al punto in cui un governo snervato dalla sua stessa inconcludenza, dopo aver per quattordici mesi "snervato" gli Italiani per la sua stessa inconcludenza, ha finalmente deciso di chiudere baracca e burattini perché di nausee reciproche tra i suoi componenti non ne poteva più. A staccare la spina è stato lui, Salvini, che chiede che la parola venga ridata subito, senza attendere vani giorni, al popolo che reclama il suo diritto di poter scegliere nelle mani di chi poter affidare il proprio destino, o almeno, i prossimi anni.

Povero popolo italiano, non ha fatto i conti con l'oste. Eh già, perché secondo le consuete, goffe, grottesche e antiquate cerimonie istituzionali che ci fanno sempre irridere dal resto delle nazioni straniere per via di una spiccata tendenza a voler mantenere sempre un rassicurante equilibrio che accontenti tutti - purché quel tutti non stia a significare il popolo credulone, becero e ignorante che si fa corrompere da sagaci demagoghi - ora la parola spetta alla sobria saggezza e capacità di mediazione del Presidente della Repubblica. Il quale, garantendo in modo iniquo il potere di un parlamento che non rispecchia l'Italia di oggi ma quella datata al 4 marzo 2018, cercherà con ogni probabilità, visti già i tentativi targati Gentiloni e Cottarelli, di imporre nelle vesti dell'inquilino del terzo piano di Palazzo Chigi la solita bella statuina sconosciuta al 99,99% degli Italiani ma simpatica all'Europa, agli acculturati di sinistra e a Richard Gere in modo da poter continuare l'infinito assurdo elenco di Presidenti del Consiglio testati per scadere prima di uno yogurt e passare il testimone a un bis pur di recuperare ogni singolo secondo utile per varare una manovra di bilancio che accontenti le consorterie europee, per aprire i porti quando casualmente si avvicina una nave carica di immigrati o per posizionare "umili e devoti servi del potere" in luoghi chiave delle istituzioni quando altrettanto casualmente si presenta il momento di nominare qualche organo. Non dobbiamo nascondercelo, è sempre la stessa storia, sempre la stessa commedia, sempre la stessa beffa in cui nel ruolo di Calandrino però c'è sempre lui, il popolo, irriso e deriso da chi ancora detta legge e pensa di averla sempre vinta, di poterla fare sempre franca, di chi non ha mai un minimo sussulto di dignità.

Ed è stato chiaro fin dalle elezioni europee che della parte gialla di questo governo, dedita al Reddito di Cittadinanza o al ritorno alla vita preistorica senza alta velocità, gli Italiani si volevano sbarazzare. I sondaggi, giorno per giorno, lo confermano: il popolo vuole un altro governo, che faccia altre scelte. Sa che c'è una maggioranza alternativa e vuole che sia essa a governare. Sa che con Salvini e con la Meloni al governo non ci sarà spazio per il reddito di cittadinanza, per le pressioni di Bruxelles, per le navi delle Ong. Sa che quello che per semplificare chiamiamo ormai da secoli "centrodestra" è pronto per assumere la guida della Nazione, illuso e poi deluso dalle enormi castronerie pentastellate.

Gli Italiani devono chiedersi se sia giusto non poter decidere essi stessi, come hanno dimostrato di saper fare benissimo il 26 maggio, chi debba governarli o meno. E se ciò non è loro permesso per via di un altro connubio parlamentare - o meglio di una rimpatriata a sinistra tra Pd, Liberi e Uguali, Movimento 5 Stelle e i soliti principini di garanzia delle Autonomie differenziate e della Südtiroler Volkspartei - magari condito da un bel tecnico di prima categoria come premier, il tutto amalgamato con una buona dose di europeismo, tasse e antifascismo, cucinato da Mattarella e cotto nel forno del Quirinale, allora gli Italiani si riscuotano e capiscano che devono riprendere in mano il loro presente e il loro futuro.

Si spera con ogni sincerità che ogni azzardo di questo genere non abbia luogo, per rispetto del popolo italiano, al quale ogni istituzione è tenuta a garantire il proprio incondizionato servizio. Vogliamo libere elezioni, non è difficile. E non si chiama populismo. Si chiama democrazia.

Si apra la crisi, torni la parola agli elettori, che in democrazia sono sovrani, e forse, per il futuro, si avrà la possibilità di riprendere il cammino.

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