La Milano Nascosta

di Nicola Strambio

18/03/2019, Lunedì La luce è di traverso, un pomeriggio di quelli ancora freddi e tersi. Ammiro in silenzio lo scorcio che mi si è appena aperto dinanzi, quasi per caso, in questa giornata che da questo momento è diventata fortunata. Una piazzetta, spoglia tranne che per un albero che d'estate deve essere comodissimo per l'ombra. Sulla destra il retro della chiesa di Santa Maria delle Grazie, una delle maggiori della città.

E' curioso: sono passato talmente tante volte davanti al monumento che non mi sono mai soffermato a pensare cosa ci fosse dietro.

"La Storia è come un monumento di Garibaldi: i libri vedono la faccia del condottiero, noi guardiamo il sedere del cavallo" diceva il gruppo Wu Ming, autore di Q.

Ora, con un certo orgoglio lo ammetto, sono nella stessa condizione.

E' ora che noto una piccola porticina gialla, la scitta LAVS DEO. Lode a Dio.

Laus Deo, Laus Deo...

Sera di dicembre.

Lode a Dio

Un bambino piccolo da la mano al padre.

Laus...

Entrano per la porticina, quasi abbassandosi.

Deo.

Quasi corro nel precipitarmi in uno dei luoghi della mia infanzia, dimenticato nei meandri della memoria, il Chiostro delle Rane. Quanti pomeriggi passati qui, quante volte ho ripensato a questo luogo, senza mai però ricordarmi l'ubicazione.

La memoria è scivolosa come una saponetta, per questo scrivo.

29/03/2019, Venerdì

La bicicletta cigola, fedele ma affaticata. Ricordati di oliare le sospensioni.

Le colonne di San Lorenzo osservano placide la mia indecisione, ai loro piedi sprazzi di colori, gente, voci.

Attraverso la strada, dopo le porte medievali, le voci vengono sommerse dal rumore sordo delle automobili. La routine fatta ferraglia, lo sguardo spento degli automobilisti. Gioco ad immaginarmi la loro giornata.

Quello sulla Fiat blu deve essere un padre frustrato da ciò che sta facendo della sua vita, affittata ad un impresa di scarso successo, sull'orlo della crisi di mezza età.

Il ragazzo sulla moto, un 125 comprato usato, vissuto come a lui piacciono i 125 sta tornando dall'università del Sacro Cuore. A casa lo aspetta lo studio, ma non ha esami in vista e quindi domani andrà a Bologna dalla fidanzata, con cui ha una relazione a distanza, si amano e lui vorrebbe andare da lei a vivere.

Bologna, chissà com'è.

L'uomo sulla quarantina ha avuto una grana alla Unipol, dove lavora, aspetta il fine settimana con ansia e guarda distratto un altro giorno passargli davanti, sa che con la fidanzata sta andando male, ma non ci può fare niente. Lei vorrebbe un figlio ma non hanno i soldi per mantenerlo. Finirà, è inevitabile come il rosso che scatta, impertinente.

E' il mio turno di passare, il gioco è finito.

Ho smesso di affidarmi alla logica da un bel po' in questo genere di giri, e quindi mi abbandono a vista e udito.

Cammino sul marciapiede volgendomi a destra. Scelta giusta: ecco una chiesa, dove un ateo può se non altro ammirare le vicissitudini espresse con l'architettura di un popolo.

La storia è scritta sui muri.

Arrivo davanti alla chiesa. Neoclassico, magari costruito su un precedente romanico posto appena fuori mura, come era uso costruire nell'alto medioevo, quando qui c'erano i barbari e l'impero romano era caduto da meno di mezzo millennio.

Una targa attira la mia attenzione: Chiesa Ortodossa Romena.

Che strano, una chiesa ortodossa qui a Milano. Viene difficile pensarci, ma è una delle pochissime chiese non cristiane della città. Un pezzo unico, peccato sia chiusa.

Non riesco a non farmi scappare un sorriso pensando alla finezza mimetica della chiesa, senza nessun tipo di simbolo all'esterno, solo la targa. Forse è per le politiche maroniane che è vietato, oppure è solo che qui è meglio essere discreti. Beh fa niente.

Mi inoltro per via Arena, la via più silenziosa di quelle che si diramavano dalla chiesa.

E ancora una volta Milano, meschina, mi tira uno dei suoi scherzi: sono capitato al parco archeologico, una zona molto particolare, dove gli edifici si protraggono, abbandonati, sul giardino, come se la storia, corrosiva, avesse impregnato ogni muro fino a ridurre ad un guscio vuoto i palazzi prospicienti.

Lo stato è di abbandono, detriti accumulati sulla recinzione.

Un glicine in fiore, come tanti in questo periodo, ombreggia un pergolato posto al centro del parco senza alberi, quasi come un simbolo silenzioso di speranza per il futuro di questo angolo nascosto in un'oasi di silenzio.

08/04/2019, Lunedì

L'aria cambia, si avvicina la primavera, penso. Cambio anche io con lei, cresco e cerco.

Proprio in questi giorni la ricerca di Ulisse è argomento di lezione nelle ore di italiano.

Ulisse cerca la patria, la cerca per necessità, deve tornare ad Itaca, o lei o la morte.

La sua è una ricerca fisica, che col passare dei libri diventa metafisica, oltre alla ricerca del ritorno in patria, Ulisse compie nel viaggio un altro viaggio molto più particolare: quello dentro la sua mente.

La ricerca di uno scopo, di un motivo, di una verità. Questa è la prerogativa di un uomo che forse pecca di praticità per gli standard greci.

Io non viaggio, non cerco per una necessità fisica. Potrei starmene a casa, a leggere dei mondi inventati di Tolkien oppure dei viaggi impossibili di Verne. Niente cambierebbe per la mia situazione, non rischierei di morire.

Non mi basta.

Esco, perché soffro nel vedere le mie giornate buttate davanti al computer, scopro che mi piace.

La mia ricerca per semplice diletto diventa affamata voglia di scoprire in poco tempo: riempirmi gli occhi, riempire me stesso in un certo senso di qualcosa, sia esso uno scorcio particolare, sia essa una riflessione profonda diventa una cosa importantissima per me. E' la mia soddisfazione, il godere dei piccoli momenti, sprazzi che lasciano come certi bocconi saporiti presi in piccolissime dosi, una lunghissima scia di sapore in bocca.

La mia sete viene da una profonda incertezza interiore. Non è la fuga, la paura di me stesso ad alimentare questa voglia. E' la voglia di scoprire me, o parti di me, attraverso un riflesso nella vita vissuta spesso inconsciamente attorno a me. Milano, particolare, dietro alla vetrina della moda di corso Buenosa Aires si rivela accogliente, ambivalente negli aspetti più misteriosi, affascinante, inaspettata. La città testimonia di chi ci ha vissuto, si potrebbe dire che viviamo dentro una grande, enorme vita fatta di milioni di altre. Siamo nati quindi in funzione di un tutto? La nostra vita non è che, a dispetto degli individualismi della nostra società, una infinita parte della vita di tutti, un'unico insieme di cose fatto di miliardi di piccoli atomi? Però allora la mia vita ha un peso, se cambio io cambia tutto. Quindi qual'è la risposta? Io in funzione dell'insieme o l'insieme in mia funzione?

La metafora di una città con una mente sperduta di un giovane adolescente che si perde nei suoi meandri.

Mi riscuoto, sono davanti al Sacro Cuore, una bellissima università milanese sul retro della basilica di Sant'Ambrogio. Una rapida occhiata e via, giro l'angolo in direzione del parco Sempione, la mia base di partenza. Mi aspetta uno stupendo tramonto, chissà se anche Ulisse ne ha visti di così...

                                                                                                                                                  di Nicola Strambio de Castilla