Vittorio Veneto, dal fallimento alla Vittoria

di Francesco Michelini

"Tutto il Popolo Italiano guarda in questo momento a noi, cui sono affidate le sorti della Patria. Il futuro dell'Italia, forse per un secolo, dipenderà dalla tenacia di cui saranno disposti gli animi nostri nelle prossime 24 ore." Sono queste le parole pronunciate dal Generale Enrico Caviglia nella mattina del 28 ottobre 1918, quando tutto sembrava per finire. L'Esercito Italiano, che disponeva di 51 divisioni, 7700 pezzi di artiglieria e 1750 bombarde, alle ore 3 di notte del 24 ottobre 1918, esattamente un anno dopo ad una delle più grandi disfatte della storia: Caporetto, attaccava con i colpi di artiglieria le linee nemiche dell'impero Austro-Ungarico. A causa della nebbia e della pioggia il tiro di artiglieria risultava fallimentare. Alle ore 7:15 la fanteria della quarta armata si lanciava all'assalto. Uniche conquiste il Valderoa e una vetta dei Solaroli. Il passaggio del Piave era previsto per il 24 sera ma solo, a causa del maltempo, la X armata Inglese riuscì a raggiungere le altre sponde. La situazione sembrava tragica. La sera del 26 ottobre le truppe del Generale Caviglia dopo più tentativi riuscirono a passare il Piave. A sinistra la XII armata italiana insieme a 3 battaglioni francese e 6 italiani costituiva una piccola testa di ponte ai piedi del Monte Cesan.

Intanto un piccolo gruppo di arditi con estrema tenacia si spingeva avanti fino alla linea dei villaggi, catturando 9000 prigionieri e 51 cannoni e formando in centro la testa di ponte di Sernaglia. Alla destra la X armata conquistava tutte le grave di Pepadopoli, dove si era affermata tre giorni prima, e superava il secondo grande braccio del fiume, creando una piccola testa di ponte a Cimadolmo.

Ma nonostante gli immensi sforzi, gli innumerevoli morti e le tre teste di ponte, la professionalità del nemico sembrava prevalere sull'Esercito Italiano. La speranza sembrava svanire: il Valderoa era perduto, in un solo giorno gli Austriaci portavano avanti 8 attacchi contro i nostri sul Grappa, che si teneva a stento. Le teste di ponte erano mal fornite: prive di viveri, di cartucce e di coperte. La situazione era estremamente precaria e la battaglia sembrava trasformarsi in una battaglia di logoramento di tipo carsico. Il rapporto fra truppe perdute e territori conquistati è sconcertante. I soldati cominciano ad essere consapevoli di non rivedere mai più i loro figli e le loro mogli. Le catene di comando sentono vicina la sconfitta. Tutto sembrava perduto, un enorme fallimento.

Ma quelle parole del Generale Caviglia furono come quando Cesare giungeva sul campo di battaglia e i suoi soldati cominciavano a combattere al meglio per fargli vedere il coraggio di cui erano dotati. Proprio così. Nelle esatte ventiquattro ore successive la situazione si capovolgerà decisamente.

Il pomeriggio del 28 ottobre 1918 tutta l'armata del Generale Cavan si metteva in moto. In corrispondenza a sinistra due brigate del XVIII Corpo sfondavano e avanzavano fin verso Susegana dando via all'opera strategica del Caviglia, aprendo la via al VIII Corpo. La sera dello stesso giorno le truppe Italo-Inglesi penetravano per oltre 8 km nel sistema di difesa dell'avversario. Il 29, senza l'appoggio della XII armata la IV armata resisteva fino all'ultimo sul Grappa attirando a sé 3 divisioni di riserva Austriache mentre la XII Armata prende il Monte Cesen. Il 30 aprile fallivano tutti i tentativi di contrattacco Austriaci. La VIII armata iniziava la manovra di aggiramento spostandosi verso sinistra mentre la XII armata cercava di puntare su Feltre quindi dirigersi verso destra. I prigionieri erano più di 50000 e i cannoni 300. Il 31 ottobre l'ottava armata e la dodicesima armata aggiravano il nemico che abbandonò il Grappa lasciando circa 1000 cannoni e veniva seguita dalla quarta Armata che ne distruggeva tutte le retroguardie. Il primo novembre il maggiore del genio navale Rossetti affondava la corazzata Viribus unitis, la sera l'esercito occupava Rovereto. Il 3 novembre alle 15.15 entravano a Trento. Meno di due ore dopo i bersaglieri sbarcavano a Trieste. Alle 18 dello stesso giorno veniva firmato a Villa Giusti a Padava l'armistizio che poneva termine alle ostilità alle 15 del giorno seguente. Un anno dopo l'Italia compariva nella lista dei paesi vincitori della Prima guerra Mondiale.