Eurobond: cosa sono e a cosa servono

di Andrea Modonesi

Gli eurobond (in italiano euro-obbligazioni) conosciuti anche come "stability bond" ed ultimamente ribattezzati in "coronabond" sono un ipotetico meccanismo euro-solidale che venne proposto per la prima volta con la crisi del 2011. In sostanza, nonostante sia cambiato il nome, l'idea di base è la stessa: verrebbero concessi dei prestiti a lungo termine a basso interesse per i paesi europei più danneggiati dall'emergenza coronavirus e avverrebbe una distribuzione dell'aggiuntivo debito pubblico dei paesi europei coinvolti attraverso l'istituzione di obbligazioni sul debito pubblico suddivise tra i paesi dell'Eurozona utilizzando come criterio di distribuzione la stabilità dell'economia dello stato creditore.

Le perplessità

Perché la Germania, proprio ora che ha la possibilità di recuperare un'Italia che da tempo sembrerebbe portare al governo partiti sempre più antieuropeisti, si rifiuta categoricamente di scendere a patti finché si tratta di coronabond?

Coloro che hanno già smesso da tempo di credere nell'Europa sosterrebbero che si tratti unicamente di campagna elettorale, infatti, dopo una lunga recessione, finalmente il partito della cancelliera Angela Merkel (il Cdu) torna alla ribalta iniziando a soffocare l'estrema destra campeggiata dall'AfD, che ora invece si trova al 9%. Effettivamente, non sarebbe minimamente d'aiuto al Cdu poter vantare alle prossime elezioni di aver concesso enormi prestiti a lungo termine con interessi bassissimi ed incerte possibilità di mantenere le scadenze previste da parte dei paesi beneficiari.

Inoltre, una volta accontentata l'Italia ci sarebbe il resto dei paesi meridionali europei a chiedere fondi. Tutto ciò esattamente nel momento in cui è stato quasi raddoppiato il deficit tedesco per la realizzazione di un planning a lungo termine di salvataggio dell'economia tedesca post-coronavirus corrispondente a 550 miliardi di euro (dato ipotetico delle risorse potenzialmente stanziabili nei prossimi mesi e semestri, ma che per ora sono ben lontane dalla liquidità).

Infine, ad aggravare la situazione, non solo i dati reali non appaiono quindi rosei per l'Europa intera, Germania compresa, ma sembrerebbe esserci stata un'improvvisa fuga dagli investimenti nelle aziende europee, che ha destabilizzato fortemente la credibilità finanziaria della Germania, espressa con lo spread nazionale, che infatti porta il valore dei BTP-BUND (lo spread italiano) da una drammatica salita a 240 punti dovuta all'immobilitazione economica (talmente alta da superare i livelli del Governo giallo-verde) al valore attuale dello spread che tutt'ora vaga sui 150 punti, il più bassa in quasi un decennio.

Tutto ciò però è merito della sfiducia nella Germania, e non della fiducia nell'Italia. Lo spread, del resto, è uno strumento di rapporto fra le stime del futuro andamento dell'economia tedesca rapportata ai singoli paesi Europei, infatti, si può notare che secondo il FTSE MIB (un indice utilizzato per monitorare l'andamento del mercato in Italia) l'Italia non sta affatto avendo una ricrescita improvvisa, invece per la Borsa di Francoforte (la borsa tedesca) la situazione sembrerebbe persino peggiore.

Perché da palazzo Chigi è giunto il no definitivo al Mes? E perché in seguito alla presentazione di Ursula von der Leyen (l'attuale presidente della Bce) del piccolo Piano Marshall europeo battezzato "Sure", l'Italia non si dimostra accontentata e ritorna più di prima a chiedere la creazione degli eurobond? 

Per rispondere alla prima domanda basterebbe dare un'occhiata all'elaborato degli ultimi governi. Infatti, col senno di poi, sembrerebbe che l'Italia nell'ultimo quinquennio non si sia mai mossa per ingrandire la propria economia ed esplorare nuovi orizzonti, bensì per rimanere sempre sul filo del rasoio pur di non dover attivare la lama a doppio taglio europea: lo stesso Mes, che, normalmente, verrebbe imposto solo in casi di estrema necessità (come potrebbe essere l'aumento incontrollato del deficit) ma che nelle ultime settimane siamo stati caldamente invitati ad utilizzare dalla Germania.

Infatti il Meccanismo europeo di stabilità (Mes) in caso di necessità, emette prestiti (concessi a tassi fissi o variabili) per assicurare assistenza finanziaria ai paesi in difficoltà e acquista titoli sul mercato primario. La fregatura? Il paese in questione dovrebbe rispettare condizioni molto severe che consisterebbero in un completo revisionamento della gestione dei fondi a propria disposizione, ondevitare di ricadere nel Mes in futuro.

Però ciò comporterebbe quasi sicuramente la chiusura di fondi di sostegno economico delle classi più disagiate (reddito di cittadinanza, quota 100, etc.), l'aumento in modo pressoché universale delle tasse e delle imposte e la posticipazione dell'età di pensionamento. In sintesi l'eventuale governo che dovesse usufruire del Mes scomparirebbe da ogni sondaggio nel giro di una manciata di mesi, inoltre tutti gli sforzi dell'ultimo decennio di rilanciare le piccole e medie imprese, combattere la mafia e ridurre l'evasione fiscale sarebbero vani.

Invece per rispondere alla seconda domanda è necessario comprendere meglio di cosa si tratti il piano "Sure". Infatti il progetto è un fondo prestiti europeo a basso interesse dedicato alle aziende ed i lavoratori che però ammonta ad una liquidità complessiva di "solamente" 100 miliardi di euro che sarebbero quindi da suddividere fra ogni singolo paese europeo. Perciò molto semplicemente non basta a contenere quella che potrebbe essere la crisi europea più grave dal dopo-guerra e 100 miliardi sono troppo poco, soprattutto rapportati alla stima solo italiana che si aggirerebbe tra 600 ed 800 miliardi di euro necessari per creare una cintura di sicurezza che permetta di affrontare almeno i prossimi sei mesi.

Gli errori "all'italiana"

Ciò che segue non agevola minimamente la situazione già critica in ambito degli eurobond, infatti le manovre di aiuto economico attuate per le piccole e medie imprese mostrano un'Italia incerta e noncurante dei rischi.

Secondo l'agenzia Adnkronos il 6 Aprile nella riunione telematica dei ministri del Consiglio è stato deciso di stabilire le garanzie sui prestiti alle piccole e medie imprese (il 95% delle imprese italiane) al 100% con rischi completamente a carico dello Stato. Ciò significherebbe che, se tutte le piccole e medie imprese italiane, in uno scenario pressappoco apocalittico, chiedessero di usufruire di questi prestiti agevolati, lo Stato italiano dovrebbe fornire ai propri cittadini l'equivalente di 4200 miliardi di euro, ovvero il doppio dell'attuale debito pubblico.

Per giunta nel decreto-legge di Aprile 2020 vengono diminuiti i controlli sull'effettiva possibilità da parte del debitore di restituire l'importo e lo Stato si addossa tutti i rischi. Cioè, in caso di mancato pagamento, l'intera "colpa" sarà scaricata sullo Stato e non sulle banche.

Ulteriore problema riguarda le verifiche da attuare nei confronti di eventuali debitori. Infatti alle banche, in caso di mancata restituzione del prestito, verrebbero comunque restituiti i fondi a spese statali, ma gli accertamenti sulla possibilità di restituire il prestito richiesto verranno realizzati dalle banche stesse e soltanto nella fascia dopo i 25.000 euro, mentre saranno diminuiti per l'agevolazione delle pratiche fino ai prestiti dal valore di 800.000 euro .

La soluzione?

Attualmente la Francia sembrerebbe avere in mano una bozza per trovare un accordo fra la Germania ed i paesi meridionali d'Europa: un fondo finanziato con bond europei a responsabilità congiunta fra i Paesi («joint and several») che investa per cinque o dieci anni nella ricostruzione industriale in Europa. L'Italia chiede che queste emissioni di debito si lancino a lunghissimo termine (25-30), a tassi bassissimi e entro pochi mesi. La cancelliera Angela Merkel per ora non ha intenzione di trattare nessun accordo che riguardi i bond europei, mentre Roma minaccia di bloccare qualunque accordo se questo punto mancasse. Intanto il tempo passa. Aumentano i morti, diminuiscono i posti negli ospedali e la maggior parte delle aziende sono costrette a sospendere le loro attività e contemporaneamente devono pagare lo stesso quantitativo di tasse come se l'epidemia non ci fosse mai stata. 

Per ottenere un quadro più internazionale dei provvedimenti economici intrapresi all'estero clicca qui: Coronavirus, la guerra economica