Il ministro Bona-Fede

di Mauro Giubileo, redattore del Moschettiere

Nel presentare la propria informativa alla Camera dei deputati nella giornata di martedì 12 maggio, il Ministro della Giustizia Bonafede ha perso un'occasione importante. Quella di riabilitarsi moralmente, al di là delle convinzioni politiche. Avrebbe potuto presentarsi dinanzi ai rappresentanti del popolo italiano chiedendo scusa alle famiglie delle vittime della mafia e alle tante forze dell'ordine che fronteggiano la criminalità organizzata in questo Paese. E invece Bonafede si è profuso in una puerile, banale, claudicante e risibile difesa d'ufficio del suo operato. Ciò che fa raggelare il sangue è la pesante ipoteca morale che cade anche sul suo dicastero di aver agevolato per ignoranza giuridica e inadeguatezza politica la scarcerazione di ben trecentosettantasei mafiosi in regime di 4-bis e 41-bis. Le scelte sono libere, anche in politica, ma sono le loro conseguenze a parlare: quanti mafiosi in 41-bis e in 4-bis erano fuori dalle sbarre prima dello svuotacarceri dell'onorevole Ministro? Zero. E oggi ce ne ritroviamo trecentosettantasei. Ma non è tutto. Su Bonafede grava anche l'infamante accusa mossagli dal pm Di Matteo di resa di fronte alle rivolte carcerarie. Fa bene, dunque, l'opposizione a chiederne le dimissioni immediate, e fa ancor meglio dopo l'emanazione di questo timido decreto. Perché la mafia non si combatte con dei pezzi di carta. La mafia si combatte con una serie di caratteristiche di cui il ministro risulta oltremodo manchevole: fermezza, consapevolezza, coraggio, determinazione, impegno e serietà.

L'Italia deve smettere, ora, di dimostrarsi un Paese incapace. L'Italia deve smettere, oggi, di farsi deridere dal resto del mondo per l'inettitudine dei suoi governanti, sempre pronti a porgere l'altra guancia e a beccarsi pure lo schiaffo. L'Italia e la sua democrazia non devono cedere, come non cedettero in passato, al loro più grande nemico interno, ed è parimenti inaccettabile che lo Stato esiti a punire severamente le rivolte carcerarie. L'atteggiamento che noi vediamo concretizzarsi in queste settimane è l'equiparazione senza deroghe, note, premesse o postille, di tutti i cittadini. E invece l'Italia deve dire con forza che i cittadini non sono tutti uguali, che non ci può essere equiparazione tra vittima e carnefice, che non può e non deve esistere la possibilità che si concretizzi, anche in forme minimali, un affronto alla democrazia e allo Stato.

L'Italia ha un deficit di giustizia profondo come la voragine dell'Inferno dantesco. Quello della giustizia italiana è anche e soprattutto un deficit politico, nel senso di assoluta mancanza di visione della corretta amministrazione, assoluto ed evidente stravolgimento degli ordini di priorità, assoluta e manifesta incapacità politica di prendere decisioni nette che salvaguardino le vittime e puniscano i colpevoli. Questo scempio deve finire. Ora.