Basta, dobbiamo tornare in classe

I giovani sono i grandi dimenticati di questa pandemia. Abbiamo giustamente concentrato le nostre forze nella lotta al Covid per preservare la vita dei cittadini, soprattutto dei più deboli, degli anziani, dei malati e degli immunodepressi. Abbiamo sovvenzionato, seppur in modo sciatto e inadeguato, le categorie produttive danneggiate dalle chiusure. Tuttavia, la nostra classe politica si è totalmente disinteressata dei problemi che affliggono i giovani in questi tempi durissimi: la solitudine, le lievi forme di depressione che rischiano di accentuarsi con il passare dei mesi, la frustrazione di non poter condividere l'esperienza scolastica con qualcuno se non attraverso uno schermo. A porre questi interrogativi sono stati alcuni studenti, riunitisi ieri mattina di fronte ad alcune scuole superiori di Bologna fra cui la mia: il Liceo Galvani. Ma il clima inospitale tipico della stagione, le gradinate scoscese e la scarsa connessione internet non possono nulla di fronte alla caparbietà e al coraggio di quei ragazzi messisi a fare lezione davanti a scuola. La loro è una posizione minoritaria oggetto di attacchi violentissimi da parte del mondo scolastico che in larga parte preme per la chiusura. A parole i politici sposano la causa aperturista dicendo che per loro la scuola rappresenta la "massima priorità", salvo poi smentirsi nei vertici Stato-Regioni dove la determinazione cede il passo al compromesso e all'indecisione.

L'innalzamento della curva epidemiologica diventa troppo spesso un alibi per rimandare l'apertura delle Superiori a data da destinarsi. Su questo la ministra dell'Istruzione ha speso parole di buon senso in un'intervista al Fatto Quotidiano del 4 gennaio: "È il solito balletto delle date: Ogni volta che sta per arrivare la scadenza stabilita, c'è qualcuno che lancia la palla più lontano, senza ragionevoli motivazioni". Peccato che, dopo appena un giorno, il Presidente Conte abbia smentito le parole della Azzolina rimandando la riapertura delle scuole di quattro giorni, dal 7 all'11 gennaio. Oggi apprendiamo che l'11 gennaio le scuole potranno sì riaprire, ma alle Regioni resta la facoltà di prorogare la chiusura: in Emilia-Romagna, per esempio, le scuole riapriranno soltanto dal 25 gennaio. Come se in appena due settimane si potesse risolvere il problema dei trasporti, brandito come una clava contro chi invoca il ritorno in classe degli studenti.

Dopo essere stati additati per tutta l'estate come responsabili della Seconda Ondata, dovuta non certo alla movida estiva ma al caos dei mezzi di trasporto, oggi noi giovani siamo finiti nel dimenticatoio. È come se, focalizzandosi esclusivamente sulle altre generazioni, la Società avesse smarrito ogni attenzione verso gli studenti. Di loro nessuno parla perché - a differenza di altre categorie come baristi, ristoratori, negozianti e dipendenti pubblici - la maggior parte di noi non può votare né esercitare alcuna pressione sindacale sulla Politica. Spiace che da tempo le Istituzioni si siano talmente abbarbicate al presente da non riuscire più a guardare al futuro. Al nostro futuro.