Attenzione al Joker

di Pietro Ascione

All'inizio ero perplesso. Certo, una realizzazione pazzesca, ma il film non approfondisce, ho pensato. Allora? Osannato da certa critica, questo "Joker" ha vinto anche il Leone d'Oro a Venezia. Allora, come mai a me è sembrato così superficiale? Nessun discorso politico, nessun dialogo lungo e forte, niente di niente. Ecco mi sono reso conto che non era il film ad aver sbagliato mira. Ero io.

"Joker" non vuole mandare alcun messaggio di tipo politico, che ormai ci aspettiamo da ogni una pellicola che si rispetti, ma un grido d'allarme attualissimo. O, più precisamente, due.

Il primo riguarda la nostra Società. Che risponde con cinismo e disprezzo davanti ad Arthur Fleck e alla sua malattia. Che preferisce una comoda risposta all'affrontare i problemi. Semplicemente, Gotham ci ricorda che spesso siamo egoisti e presuntuosi. Quante volte abbiamo riso di alcune persone perché buffe e ridicole all'apparenza, assolutamente compiaciuti di essere diversi. Quante volte li abbiamo disprezzati dall'alto del nostro comodo trono del benessere e della salute. Quante volte abbiamo preso in giro queste persone, soprattutto nella sassaia di Internet?

La società rappresentata da quest'opera è un mondo in cui l'empatia è ridotta a zero, in cui il cinismo comanda. Così ci dimentichiamo che il "Joker", nella vita reale, è sempre un prodotto della collettività. Tutti collaboriamo nel crearlo, inconsapevoli motori della trasformazione di un Arthur Fleck.

E poi, c'è Arthur Fleck. L''ultimo. L'ultimo degli ultimi. È mentalmente instabile, vive in un bassofondo, in una casa lurida, con una madre schizofrenica. Ha un lavoro umiliante, non riesce a realizzarsi (colpa della sua malattia, che si manifesta con una risata terrificante che lo coglie nei momenti peggiori). È stato maltrattato da piccolo, viene preso in giro e percosso dai suoi colleghi e dalla gente incontrata casualmente. È un reietto, una persona che vive ai margini di una società che ha deciso di abbandonarlo per non doversi occupare di "quelli come lui". Un giorno però, fa una scoperta che gli cambia la vita. Ha un'arma dalla sua parte. La violenza. Scopre (uccidendo tre giovani che l'avevano preso di mira) come usarla, ma soprattutto scopre che può farne uso senza problemi: lui non ha nulla da perdere. Non ha più nessuno, non ha un lavoro, non ha una vita. Non sa nemmeno se esiste. Ma si rende conto che gli omicidi permettono alla gente di riconoscersi in lui. Scopre che esiste e diventa centrale. Il simbolo degli ultimi. Questa tragedia tocca il culmine nella scena con il comico Murray: egli si trova davanti l'uomo che avrebbe sempre voluto essere. È proprio lì, in diretta nazionale. E quell'uomo, ultimo di una lunghissima scia, lo sta umiliando, lo sta massacrando. Allora Arthur, come un moderno Edipo, decide di commettere parricidio, uccidendo l'uomo più vicino alla figura paterna e recidendo i contatti con una società, colpevole anch'essa, come in ogni tragedia greca, che non l'ha mai voluto. Lì diventa Joker.

Se nel "Cavaliere oscuro" il Joker di Nolan parlava di anarchia e caos, moderno Diogene con un cupo messaggio politico, Joker-Edipo di Phillips lancia un monito. Attenzione a dimenticare gli ultimi. Potreste essere voi.