il Mose e "l'ingegneria delle tangenti"

di Donatello D'Andrea, fondatore e curatore del blog "informazioneliberablog.it" 

L'ondata di maltempo che ha messo in ginocchio il nostro Paese ha, al contempo, portato alla luce vecchi e nuovi problemi i quali, ovviamente, riguardano da vicino la classe dirigente italiana.

Da Venezia a Matera, il maltempo, figlio anche di quel famoso cambiamento climatico che in molti ancora si ostinano a negare, è riuscito, ancora una volta, a porre sotto una lente di ingrandimento tutte le responsabilità di una politica sprovveduta, disattenta ai reali problemi che attanagliano il Paese e soprattutto al destino dei propri cittadini.

In particolar modo si è parlato di Mose, il quale secondo alcuni avrebbe potuto salvare Venezia, o almeno limitare i danni. Quest'opera di "fine" ingegneria ha riempito le prime pagine dei giornali per diversi giorni, accompagnata sempre dalle stesse domande: "Dov'era? Perché non è entrato in funzione?".

Cos'è il Mose? Qual è la sua storia?

Senza farci ingannare dai richiami biblici, la sigla "Mose" sta per Modulo Sperimentale Elettromeccanico. Si tratta di un complesso sistema di dighe mobili a scomparsa che, nelle intenzioni, dovrebbe fungere da barriera per fermare le maree che dal Mar Adriatico entrano nella Laguna di Venezia innalzando pericolosamente il livello dell'acqua. Si parla di quattro barriere collocate in tre bocche di porto (due a Lido, una a Malamocco e una a Chioggia) e composte da 78 paratoie, cassoni metallici larghi tra i 18 e 29 metri, attaccati a enormi blocchi di cemento posti sul fondale.

Per non creare disagi al funzionamento del porto, quando le paratoie sono alzate sono state previste piccole conche di navigazione a Lido e a Chioggia che consentono l'ingresso e l'uscita di imbarcazioni da diporto, mezzi di soccorso e pescherecci. Nella bocca di Malamocco è stata prevista una conca di navigazione più grande per il transito delle navi.

Per evitare di deturpare il paesaggio della Laguna, le paratoie sono state riempite d'acqua e rimangono disposte sul fondale per la maggior parte del tempo. Quando l'alta marea supera la soglia dei 110 centimetri, le paratoie vengono svuotate immettendo al loro interno aria compressa. Man mano che l'acqua esce le paratoie si sollevano e bloccano il flusso della marea che entra nella Laguna, evitando in teoria che Venezia possa correre dei pericoli.

Il progetto prevede che le dighe a scomparsa resistano fino a maree alte tre metri. Secondo gli stessi ingegneri progettisti, inoltre, il Mose riuscirebbe a governare anche un livello medio del mare più alto di 60 centimetri, nel caso in cui il cambiamento climatico facesse innalzare livello dell'Adriatico.

Si cominciò a parlare di Mose già negli anni '70, dopo la tragica alta marea del 4 novembre 1966, quando l'acqua raggiunse il livello record di 194 centimetri, devastando la città di Venezia. Nel corso degli anni furono analizzati molti progetti e nell'aprile del 1984 fu scelta la soluzione delle dighe a scomparsa. Successivamente fu istituito un comitato interministeriale per definire meglio il progetto del Mose, scartando, nel corso del tempo, le altre ipotesi poi adottate da altri Paesi europei che condividono, quasi, la stessa esperienza della Serenissima. Il "Comitatone", così soprannominato, approvò in via definitiva il progetto del Mose il 3 aprile del 2003. Celeberrima è la foto di Silvio Berlusconi, a Venezia, che pone la prima pietra nell'ambito della cerimonia di inizio dei lavori.

Secondo le previsioni iniziali, il progetto avrebbe dovuto essere consegnato nel 2011. La data fu poi spostata di cinque anni. Lo scandalo di corruzione del 2014 inchiodò i lavori a causa di una serie di arresti collettivi, circa 35, che arrivarono addirittura a coinvolgere l'ex Governatore della Regione Veneto, Giancarlo Galan.

Una storia tutta italiana

Fino ad oggi il Mose è costato ben 5,5 miliardi di euro, di soldi pubblici ovviamente. Si stima che le spese totali possano far oscillare questa cifra fino a 7 miliardi, però poi bisognerà pensare anche alla manutenzione. Il Mose è molto costoso sotto questo punto di vista. I calcoli ufficiali parlano di 80-90 milioni di euro l'anno necessari per far funzionare l'opera a regime ma secondo molti esperti, da sempre convinti dell'onerosità di tale progetto, la cifra si spingerebbe fino a 100 milioni.

Infatti molti esperti del settore, tra cui l'ex sindaco di Venezia, Massimo Cacciari, contestano l'efficacia del Mose di proteggere Venezia dalle inondazioni. Secondo il noto accademico, lo sperperio di soldi pubblici per la realizzazione di questa mastodontica opera avrebbe impedito alla città di dedicarsi a questioni più impellenti e sicuramente più redditizie, sotto il profilo della sopravvivenza, come la manutenzione delle fondamenta e del sistema fognario (iniziata nel 1993 e interrotta subito dopo).

Le criticità del Mose non si fermano solamente ad una mera questione di pecunia. Molti video, tra cui uno di La Repubblica, mostra sinteticamente tutte le ragioni per cui il Mose non funziona: dal fallimento di alcuni test (l'ultimo ad ottobre) a causa del malfunzionamento dei tubi alla ruggine delle cerniere che collegano le paratoie, passando per difficoltà burocratiche (cabina di regia e protocollo di intesa) e complessità riguardanti il vento, che potrebbe far abbassare l'intero marchingegno.

I frequenti controlli, quindi, hanno messo in luce tutta la fragilità di una mastodontica opera dal costo spropositato. Non sempre il gigantismo paga, insomma. Le circa 156 cerniere, dal peso di 36 tonnellate l'una sarebbero già corrose poiché l'acciaio usato sarebbe diverso da quello dei test. Inoltre, uno studio del Cnr avrebbe mostrato che la struttura del Mose avrebbe generato una preoccupante erosione dei fondali.

Le opere pubbliche sono imprescindibili per la sopravvivenza del Paese ma il Mose, evidentemente, è il simbolo di ciò che uno Stato NON deve fare. Il progetto non è la soluzione, almeno non sembrerebbe, è un altro problema per una Venezia che, francamente, di problemi ne ha già tanti.

Una soluzione che diventa problema, quindi, come le centinaia di opere pubbliche italiane nate solo per riciclare del denaro. Il Mose è stato soltanto l'ennesimo progetto, costosissimo, nato per generare quante più tangenti possibili. La brusca frenata alla costruzione, arrivata il 28 febbraio 2013 è la conferma di questa osservazione. L'arresto per frode fiscale di Piergiorgio Baita, amministratore delegato della Mantovani (una delle tante imprese del Consorzio Venezia Nuova che lavorava al Mose, prima di essere commissariato) aprì una serie di arresti collettivi che paralizzarono non solo il prosieguo dei lavori ma l'intera regione. Il culmine dell'indagine verrà raggiunto il 4 giugno 2014 quando Venezia si svegliò con un cataclisma politico-istituzionale: arrestato il sindaco Giorgio Orsoni (poi assolto), l'ex governatore Giancarlo Galan, un paio di magistrati e i vertici del Consorzio.

Dopo un disastro politico di tale portata, l'allora Presidente del Consiglio Matteo Renzi pensò di adottare una soluzione modello Expo e così nel novembre 2014 il presidente dell'Autorità Anticorruzione, Raffaele Cantone, propose il commissariamento del Consorzio. L'epoca commissariale dura ancora oggi, con i lavori al 94% e con la consegna stimata al 31 dicembre 2021.

Questa storia di tangenti all'italiana, mostra ancora una volta come il vil denaro, nel nostro Paese, valga più della salvaguardia del territorio e dei cittadini. Un'opera necessaria, progettata dove un'alta marea storica è finita all'interno di un vortice fatto di corruzione, malaffare e criminalità che ha portato all'arresto di 35 persone, tra cui le massime autorità nazionali e regionali. Una vergogna per il Paese interno, la quale si ripresenta ogniqualvolta Venezia si ritrova con l'acqua alla gola. Finché esisterà una classe dirigente di cotanta indecenza, ogni opera pubblica sarà sempre più costosa e con un secondo fine.

Le tangenti del Mose, a titolo di cronaca, finivano sui conti svizzeri. Un'indagine della Polizia Economica di Venezia, nell'ambito di un'operazione per riciclaggio internazionale, ha consentito di accertare che le tangenti di Galan venivano reinvestite all'estero. Tra il 2008 e il 2015 due commercialisti di Padova avevano garantito l'intestazione fiduciaria di quote di una società veneziana, che da ulteriori indagini sul Mose era risultata riconducibile all'ex ministro ed ex governatore del Veneto. Questi esimi professionisti di provincia, inoltre, avevano messo a disposizione dei conti correnti svizzeri, intestati a società con sede in un paradiso fiscale, le cui somme sono state trasferite su un conto presso una banca di Zagabria, intestato alla moglie di un terzo esimio individuo dello stesso studio padovano. Un sistema di scatole cinesi avente il preciso obiettivo di arricchirsi sulle spalle dei veneziani, i quali attendevano vanamente la realizzazione di un'opera che li proteggesse.

Nell'ambito di un'indagine molto più grande ("Panama Papers") è emerso che tali somme di denaro sono poi rientrate nella disponibilità degli imprenditori italiani che le hanno utilizzate per comprare appartamenti di lusso a Dubai e altri fabbricati industriali in Veneto. Giancarlo Galan, ad esempio, si è visto sequestrare 12,3 milioni di euro.

Tra condanne, risarcimenti e altre umilianti misure i responsabili del Mose avrebbero intascato almeno un centinaio di milioni di euro. Una cifra abnorme che giustifica la complessità e l'onerosità di un progetto la cui efficacia, è bene ricordarlo, è stata messa in dubbio ancor prima di essere inaugurato. E' la classica storia a cui la nostra politica ci ha abituato, dove le costruzioni dipendono da una sorta di "ingegneria delle tangenti". Uno step aggiuntivo da calcolare assieme ai progetti veri e propri e che sovrasta per importanza l'utilità, il benessere e la salvaguardia della collettività.

"Se ci devono guadagnare, lo devono far tutti, soprattutto la politica". E' questo il classico ragionamento, diventato una consuetudine, che in un Paese normale verrebbe condannata all'istante e che invece in Italia trova ancora il plauso generale.

Un'opera da 7 miliardi di euro, con evidenti difetti di progettazione che inficiano la sua efficacia, tangenti a sei zeri e una serie di ritardi: è questo il Mose, una costruzione faraonica, concepita quarant'anni fa e la cui funzionalità è ancora tutta da dimostrare. Le vicende legate alla sua costruzione sono state a dir poco travagliate e si spera, a questo punto, che le sorprese siano finite qui.